Nell’elenco della ‘’casta telefonica’’ ci sono i parenti, gli amici e persino le amanti dei deputati regionali siciliani: per 6 anni, dal 2001 al 2006, avrebbero avuto affidati 700 cellulari senza riconsegnarli al termine del mandato e senza, soprattutto, pagare le bollette di decine di schede telefoniche. Così, quando nel 2008 il presidente dell’Ars Francesco Cascio ricevette dalla Tim un sollecito di circa 300 mila euro, bloccò tutto.

Ma la maxi-truffa è venuta a galla tre anni dopo, solo per caso: indagando sui movimenti delle schede telefoniche e sui contatti di Massimo Ciancimino i carabinieri di Monreale si sono imbattuti nei cellulari a go-go intestati all’Ars, ma utilizzati da persone che con palazzo dei Normanni non avevano nulla a che fare: parenti e amici dei deputati, ma anche dei loro collaboratori politici ed in qualche caso anche delle amanti. Sulla vicenda adesso indagano il procuratore aggiunto di Palermo Leonardo Agueci e il pm Gaetano Paci, che hanno già interrogato alcuni dirigenti dell’Assemblea regionale.

Lo scandalo, infatti, era venuto a galla tre anni fa, ma fuori dalle mura del Palazzo nessuno ne aveva saputo nulla. E quattro anni prima, nel 2004, qualcuno si era accorto che quei cellulari nascondevano abusi: si era scoperto che i contratti di alcuni familiari di deputati erano intestati a persone diverse o addirittura inesistenti. Così l’assemblea aveva emanato una direttiva che imponeva l’intestazione chiara e riferibile agli “aventi diritto” del contratto. Nel 2008, appena insediato Gaetano Savona, dirigente del servizio Informatica dell’Ars, aveva scoperto il debito nei confronti della Tim che ai vertici dell’Ars, morosi, aveva inviato una lettera di rivendicazione del credito; ma Savona ha trovato anche ‘’un disordine contabile e amministrativo’’, che l’ha spinto a chiudere quella convenzione riducendo gli sprechi.

Oltre all’indagine penale adesso del caso si occuperà anche la Corte dei Conti a cui la procura intende trasmettere le carte. Sui cellulari ‘’istituzionali’’, infatti, gli sprechi non si limitavano all’uso dei telefoni e delle relative schede dei parenti e degli amici: dopo i controlli conseguenti alla scoperta della truffa all’Ars si sono accorti di avere pagato per anni il servizio “Blackberry” (le email sul telefonino) per 115 telefonini, ma 80 apparecchi erano sempre rimasti impacchettati. La procura, infine, ha disposto una serie di accertamenti per identificare tutti i possessori dei 700 telefonini.