L’appuntamento con Eva Robin’s è da venerdì 13 gennaio a domenica 15, alle ore 21 (domenica ore 17) a Teatri di Vita a Bologna. Lo spettacolo, dello scrittore e fumettista franco-argentino Copi, si chiama Il frigo e la regia è di Andrea Adriatico, il regista che nel 1993 scommise sul talento teatrale della Robin’s in La voce umana e poi in Ferita. Sguardo su una gente dedicato ad Adolf Hitler. Dieci anni di silenzio ed Eva entra ne Il frigo, il soliloquio che dal 2005, in mezzo Le serve di Goldoni, Giorni felici, Otto donne e un mistero, Tutto su mia madre, Il mercante di Venezia, nel 2011 l’ha promossa a intonatissima solista, impressionante trasformista di una decadente eroina anni ’50 sul viale del tramonto, e a un passo dal premio Ubu.

L’interpretazione de Il frigo l’ha portata alla nomination al Premio Ubu. Le dispiace non averlo vinto?

Per fortuna non l’ho vinto. Quando vinci un premio come quello dopo c’è talmente tanta aspettativa  da parte degli altri, “vediamo come si comporta la Robin’s? Che cosa fa adesso?”, che non sarei riuscita a gestirlo. Avevo fatto mille pensieri dopo la nomination, ero spaventata solo al pensiero. Ma poi il fato, il destino decidono sempre per il meglio. A volte insegnano più le piccole sconfitte che le facili vincite, ormai l’ho fatta mia questa frase, non sono abituata ai premi.

É dal 2005 che porta in scena questo monologo. Crede anche lei che sia stato scritto apposta per la sua interpretazione?

Sì, è vero. Quel testo Adriatico, che poi è stato anche il regista che mi ha scoperta e con cui ho cominciato a lavorare nel ’93 in La voce umana di Jean Cocteau, me l’ha fatto leggere nel 2000. E mi ricordo che quando l’ho letto ero a casa e mi sono commossa; perché è un testo schietto, diretto, crudele, brusco, e un po’ cinico con cui Copi è riuscito a dar voce alla solitudine prepotente e delicata della protagonista. Addirittura, imparando la parte, ho cominciato a snaturare il mio lessico quotidiano, sono diventata anch’io più diretta, dicevo delle cose molto crude alle persone, ci restavano un po’ male perché fino a quel giorno mi ero sempre ispirata al modello piccolo borghese. Devo dire che quel testo mi ha fatto apprezzare il linguaggio diretto del teatro che, di conseguenza, è diventato anche il mio linguaggio nella vita.

Sul palco interpreta una donna disperata, schizofrenica che per non rimanere sola dà corpo agli oggetti; è una cameriera, una psichiatra, una detective, una madre invadente, una figlia, ecc. Ma la critica scrive che la signora Robin’s, nei panni del cane, è meravigliosa. É d’accordo?

Sì il cane che urina,detto anche il cane piscione. Non so bene cosa intendeva il critico che l’ha scritta, ma è vero. In realtà  è un cane in body Norma Kamali anni ’50, con una maschera,  un cane che però non si vede mai, perché lei a quattro zampe. Sì, in questo spettacolo ci sono personaggi che mi piacciono molto e che con gli anni hanno acquisito sempre più spessore; la madre è simpaticissima, anche il figlio frocio. Il rapporto con il topo è straordinario, è una metafora dell’estrema solitudine di lei. Un epilogo amaro, disperata e inconsapevole arresa di una donna sola, che si abbandona ad un peluche di topo, l’unico che la placa, lo bacia e si addormenta.

Il suo esordio televisivo è datato 1987, su Italia 1, assieme a Patrizio Roversi, Susy Blady, Vito, i Gemelli Ruggeri. Che fine ha fatto la Bologna di Gran Pavese Varietà?

Fa parte del passato, del remember, delle memoires. É finita nel baule dei ricordi. Io iniziai con Roversi, Vito e la Blady con Gran Pavese Varietà, e pensi che oggi l’abito della mamma ne Il Frigo è lo stesso  che indossavo per fare la critica letteraria nel 1987, in Lupo Solitario. É rimasto un pezzo di stoffa.

La Bologna del Mit (movimento d’identità sessuale) sente la mancanza di Marcella di Folco?

Marcella ha lasciato un grande vuoto e ancora adesso quando passo in via Marconi  mi viene in mente quando ci accoglieva al Mit: “La mia bambina”, diceva. Ricorderò sempre la sua umanità, una personalità che prevaricava tutto e tutti. Andava avanti, non sentiva nient’altro che la sua missione, che era quella di andare avanti. È stata, è, e sarà sempre un’icona per noi. Ricordo anche i primi anni che veniva a Bologna e mi faceva anche un po’ paura; era una figura di transessuale a cui non eravamo abituati, si era operata e non aveva ancora completato il cambiamento. I primi tempi era molto forte come immagine, poi è diventata una figura spirituale.

Sulle tematiche dei diritti gay, lesbiche e trans Bologna è ancora all’avanguardia?

Sto lavorando moltissimo, e sono un po’ assente per poter giudicare bene quello che sta avvenendo. Ma credo che non si possa proprio essere catastrofici, credo che si stiano facendo enormi passi avanti, le bambine le vedo sempre attive e poco discriminate. É un momento pessimo per l’economia, ma per noi no.

Che cosa pensa di Luxuria come conduttrice dell’edizione 2012 dell’Isola dei Famosi?

Fantastica. Vladimir è la nostra portabandiera, anche perché ha un linguaggio mediatico ormai ben preparato, è la persona ideale, acculturata, ha fatto politica, si sa destreggiare bene.

Lei l’avrebbe accettato quel ruolo?

Io non ho quella fibra lì, non ho mai avuto una preparazione politica, e mi sono sempre guardata dal formarmi un pensiero, e poi l’aggressività, il fanatismo che ci sono in politica mi hanno sempre spaventata. La trovo una cosa per uomini e per donne con i baffi.

Crede ancora che le transessuali siano oggetto di strumentalizzazione?

Sì, e lo saranno sempre, come sarà sempre usata la donna. È una forma nostra di femminilizzazione estrema. Se ci considerano delle donne saremo usate anche noi come sono usate le donne, è colpa del maschilismo imperante della nostra cultura, una cultura eternamente barbara.

Eva Robin’s è ancora in transizione?

Io adesso voglio solo serenità, ed essere il linea con quello che lo Stato si aspetta da una persona normale. Sono in una fase in cui voglio più scomparire che apparire, conviene di più.

Ha fiducia in questo governo?

Non ho ancora cognizione di questo governo, vedremo i risultati di questa manovra tra molto tempo, abbiamo capito solo adesso i danni di quello passato; ci dicono che l’Italia è indebitata ma era già indebitata da tempo. Quello che ci regala la televisione è una quotidiana iniezione di cinismo.

Perché Il frigo merita di essere visto?

Perché dura cinquanta minuti, si può tranquillamente mettere uno spicciolino per il parchimetro dell’auto e, con poca spesa, vedere un gioiellino che Andrea Adriatico ha confezionato sulla mia persona, dove c’è tanta amarezza e un cinismo che fanno sorridere. E poi mi si vede vestita da cane.

Per info 051.566330 – www.teatridivita.it

di Elisa Ravaglia