Appena entrato nel paese, si è subito affrettato a definire “molto collaborativo” l’atteggiamento delle autorità di Damasco; poi si è recato per un sopralluogo nella città di Homs, dove l’esercito del regime, appena il giorno prima, il 26 dicembre, aveva ucciso 34 persone a colpi di artiglieria pesante. “Non abbiamo visto carri armati, solo alcuni veicoli blindati”, ha detto Moustafa al-Dabi, il generale sudanese a capo degli osservatori che la Lega araba ha inviato in Siria per far luce sulla carneficina di civili da cui il mondo distoglie lo sguardo ormai da dieci mesi.

Non è una persona qualsiasi, al-Dabi: fedele amico del presidente del Sudan Omar al-Bashir – ricercato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità in Darfur – è stato per vent’anni alla testa dei Servizi militari sudanesi ed è accusato di aver presieduto alla creazione delle famigerate milizie arabe janjaweed.

Che il regime di Bashar al-Assad possa servirsi di una persona così compromessa per dire al mondo che in Siria non sta succedendo nulla è un sinistro paradosso; ma, come tutti i paradossi, contiene un salutare rovesciamento: che teatro dell’assurdo è il nostro mondo, se può avere come “osservatore” una figura simile? E chi sono, che statuto simbolico e politico hanno, le figure che nominiamo come “osservatori”? Cosa significa “osservare” per conto del cosiddetto mondo libero?

Nel 1943, dunque nel pieno delle operazioni di sterminio, la Croce Rossa internazionale inviò un suo funzionario, Maurice Rossel, a visitare Auschwitz, “al fine di ottenere il maggior numero possibile di informazioni”.  A Claude Lanzmann – che lo intervistò nel 1979, consegnandolo alla storia come Un vivant qui passe, “un vivo che passa” tra i morti – raccontò di essere stato ricevuto dal comandante del campo, di aver visto i corpi scheletriti dei prigionieri vestiti di cenci, ma di non aver capito. Pur avendo incontrando centinaia di prigionieri scheletriti di cui “solo gli occhi vivevano”, fece un rapporto in cui diceva che “tutto era normale”.

Era stato lì, ma non aveva visto, perché quello che gli si parava davanti agli occhi non lo aveva interrogato. Ma, più ancora, era andato per non vedere: era stato inviato perché non vedesse. Si voleva che “gli occhi del mondo” osservassero senza vedere.

“Non era nulla di nuovo. Erano cose già note. Pensi, non si dirà mai abbastanza quanto tutto sia stato irrilevante, irrilevante e triste”.

“E poi, quando è rientrato da quella visita ad Auschwitz?” lo incalza Lanzmann.

“Come al solito, ho fatto un breve rapporto della mia visita alla Kommandantur di Auschwitz. Ma, sapesse… Alla fine, è davvero poco, no? Si va lì con i brividi nella schiena, e ci si dice: ‘Ebbene, voglio assolutamente arrivare fino ad Auschwitz’, e poi si ritorna, senza riportare nulla…”

Rischiamo ogni momento di non riportare nulla, di essere vivi che passano tra i morti: anche a Damasco. Anche nelle nostre poltrone, mentre leggiamo i nostri giornali.