Che fine farà il Porcellum, la legge elettorale firmata (e sbeffeggiata) dal leghista Roberto Calderoli? Tra stasera e domani la Corte costituzionale emetterà la sentenza sui quesiti referendari che chiedono l’abrogazione della normativa del 2005 (votata da Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega e Udc) che ha portato a un Parlamento di nominati. Gli ultimi rumors che rimbalzano dalla Consulta dicono che potrebbe essere dichiarato inammissibile il primo quesito, che prevede l’abrogazione secca del Porcellum, mentre potrebbe essere dichiarato ammissibile il secondo quesito, che prevede una sorta di modifica “selettiva” della legge. Ma, dicono fonti vicine alla Consulta, “questa volta, più che mai, ‘i giri di tavolo’ in camera di consiglio saranno fondamentali”.

Al tavolo ci sarà anche il neo giudice Sergio Mattarella, il padre della vecchia normativa che prevedeva il sistema maggioritario uninominale, ma con una quota di proporzionale (25 %) e preferenza unica. I giudici, per potersi esprimere a favore dell’ammissibilità del referendum devono, tra l’altro, verificare che l’eventuale abrogazione della legge elettorale non porti a un vuoto normativo. Per la salvaguardia della democrazia deve esserci una legge che consenta, in astratto, immediate elezioni. Deve essere costituzionale e operativa quella che tecnicamente si chiama “normativa di risulta”. Su questo punto i pareri dei giuristi (e dei giudici della Consulta) si complicano. C’è chi dice che la Corte è stretta nell’angolo della inammissibilità per precedenti decisioni della stessa Corte e c’è chi dice che, soprattutto uno dei quesiti referendari, fornisce la possibilità tecnica di decidere per l’ammissibilità. Entrambi i quesiti, anche se uno con l’abrogazione totale e l’altro con l’eliminazione dei cosiddetti “a linea” del Porcellum, puntano al ritorno del “Mattarellum”. E proprio perché i quesiti prevedono il ritorno della vecchia norma, osservano i referendari, non ci sarebbe alcun vuoto legislativo.

Chi è contrario ribatte che la Corte ha stabilito il principio che l’abrogazione di una legge non può farne rivivere un’altra. Ma non si tratta della cosiddetta “riviviscenza” di una legge, sostiene il professor Alessandro Pace, che oggi davanti alla Corte sosterrà il secondo quesito, ma di “riespansione” del Mattarellum. A favore dell’ammissibilità anche 114 costituzionalisti, tra i quali i presidenti emeriti della Corte, Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky. I giudici si sono rinchiusi nel silenzio, molti sono irritati per le indiscrezioni dei giorni scorsi su una presunta volontà di bocciare i quesiti referendari a cui è seguito (24 ore dopo) un comunicato di smentita della Corte. Si affrettano a dire che “a interessare sono solo gli aspetti strettamente giuridici”, ma poiché non vivono nell’iperuranio, i giudici sentono il peso di due fatti: la firma di un milione e 200 mila italiani per la cancellazione del Porcellum; la volontà delle forze politiche, anche di centrosinistra, che in segreto vorrebbero l’inammissibilità del referendum perché l’unica parola sulla riforma elettorale spetti ai partiti. Vista l’aria che tira, Pdl, Pd e Udc dicono che, comunque, la legge va cambiata.

Qualcuno, poi, in ambienti vicini alla Consulta, osserva, maliziosamente, che il via libera al referendum garantirebbe al governo Monti di proseguire il suo mandato. Chi, infatti, si assumerebbe la responsabilità di andare a elezioni anticipate, e con la vecchia legge, se sarà fissato un referendum a giugno? Antonio Di Pietro aspetta “con rispetto” la decisione della Corte, ma aggiunge: “Certo, l’idea che alcuni partiti o giornali dicano che il referendum verrà bocciato ci preoccupa. Vuol dire che qualcuno tenta di tramare”. Gli risponde Pier Luigi Bersani: “Nelle firme per il referendum c ‘ è il sudore del Pd più che di altri. A noi non farebbe certo piacere che la mobilitazione dei cittadini finisse nel diniego della Consulta ma, in ogni caso, va superata questa legge elettorale impotabile”. Nel 2008 la Corte costituzionale indicò al Parlamento che il Porcellum aveva aspetti “problematici” come quello che “non subordina il premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e /o seggi”. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire…

da Il Fatto Quotidiano dell’11 gennaio 2012