La battaglia contro il virus Hiv si arricchisce di una nuova ricerca, che questa volta promette di essere davvero risolutiva. Anche se non mancano i dubbi e le cautele sono d’obbligo. Un gruppo di ricercatori americani ha infatti annunciato di aver scoperto il modo per rendere innocuo questo virus, una volta che è entrato nell’organismo, e di proteggere, con una alta percentuale di successo, quelli che non sono stati ancora infettati. L’annuncio è solenne e arriva dalla rivista Nature e a farlo sono ricercatori di tutto rispetto che fanno capo al National Institute of Health, e in particolare alla suo dipartimento per le malattie infettive, il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, insieme a quelli del Beth Israel Deaconess Medical Center, alla Harvard School of Medicine, al Massachussets Istitutes of Technology (Mit) e anche dell’ Us Army Medical Research Institute of Infectious Diseases. A coordinare la ricerca è stato Dan Barouch, del Beth Israel Deaconess Medical Center. In altre parole il meglio della ricerca scientifica americana in questo settore. Nonostante tali credenziali occorre subito fare chiarezza e sgombrare il campo da facili entusiasmi.

I ricercatori hanno infatti raggiunto questi risultati al momento non sull’uomo, ma sulle scimmie. E non hanno testato il loro metodo contro l’Hiv, il virus che causa nell’uomo la sindrome da immunodeficienza acquista (Aids) ma sul suo omologo scimmiesco, ovvero il Siv. Nonostante ci sia un nesso davvero diretto tra i due virus – quello umano e quello che colpisce gli altri primati – non è detto che la strategia messa in atto sia equivalente nell’uomo come lo è stato per le scimmie Rhesus che sono state usate in questo esperimento. Tuttavia, nonostante l’overdose di dubbi, l’esperimento pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista scientifica mostra delle interessanti novità che potrebbero dar luogo a un nuovo e fertile settore di ricerca nel campo dei vaccini anti Aids. I ricercatori hanno infatti messo a punto una nuova strategia basata non più su un solo vaccino, ma su tre diversi vaccini e in più hanno deciso di adottare un diverso target, rispetto a quelli fino ad oggi inseguiti con scarsi successi. Si tratta della proteina Env, una proteina che si trova sulla superficie che, secondo gli stessi ricercatori sembra essere determinante nel riuscire a far scattare i meccanismi di allerta dell’organismo contro il virus. “Con questo studio – ha detto il principale autore della ricerca, Dan Barouch del Beth Israel Deaconess Medical Center all’Harvard Medical School – abbiamo dimostrato in maniera chiara che l’inserimento di questa proteina tra i target dei vaccini è benefico”.

La vaccinazione riduce dell’80% la probabilità che le scimmie hanno di infettarsi ogni volta che vengono esposte al virus. Quelle che contraggono l’infezione presentano comunque un numero inferiore di virus circolanti nel sangue. Inoltre l’esperimento è stato fatto usando un ceppo virale particolarmente resistente e diverso da quello con cui sono stati realizzati i vaccini proprio per simulare al meglio le condizioni di impatto reale del vaccino.

Lo studio, che ha testato due mix tra i vaccini Mva, Ad26 e Ad35, mostra una parziale protezione vaccinale per queste scimmie. In particolare i nuovi regimi Ad26/Mva e Ad35/Ad26 hanno portato a una riduzione superiore all’80% nella probabilità di acquisire l’infezione da Siv. “Lo studio ci ha permesso di valutare l’effetto protettivo di diverse combinazioni di vaccino. E questi dati ci aiuteranno a portare i candidati più promettenti verso trial clinic”, ha spiegato Dan Barouch (Usa).

I vaccini che fanno parte della nuova strategia colpiscono in maniera differita nel tempo, attraverso tre diverse somministrazioni, tre diverse proteine del virus Siv e anche del suo omologo umano Hiv: Gag, Pol, Env. L’idea di agire su diverse proteine non è nuova del tutto ed è perseguita in Italia dal gruppo di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità che fa capo a Barbara Ensoli. Solo qualche anno fa Anthony Fauci, direttore del National Institute of Health aveva manifestato tutti i suoi dubbi circa la possibilità di arrivare a trovare una strada efficace nella ricerca di un vaccino contro l’Aids. Poi pero’ come spesso accade, i fatti hanno indotto Fauci a ricredersi e a rifinanziare la ricerca. A far scattare la molla erano stati i risultati conseguiti da un esperimento effettuato in Tailandia su un campione molto vasto di persone. Nonostante in quel caso i risultati fossero stati poco edificanti con un tasso di immunizzazione davvero basso (30 per cento circa) quella sperimentazione ha permesso di mettere in evidenza alcuni meccanismi che gli stessi ricercatori hanno cercato ora di superare. Ora in virtu’ di questi risultati, gli stessi ricercatori hanno annunciato di essere pronti ad avviare dei test anche sull’uomo anche se per i risultati dovremmo aspettare ancora qualche anno. In particolare, per quanto riguarda il candidato vaccino Ad26/MVA, si stanno già pianificando test clinici in adulti sani nei centri di ricerca in Usa, Africa orientale, Sudafrica e Thailandia.

di Emanuele Perugini