“Ho riflettuto sulla questione e sono arrivato alla conclusione che, visto quello che sta succedendo nella regione, tagliare le spese per la difesa sarebbe un errore, forse addirittura un grave errore”. Così il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato in una conferenza stampa domenica che il bilancio della difesa per l’anno appena iniziato non solo non sarà tagliato, ma anzi crescerà di tre miliardi di sheckel, equivalenti a 700 milioni di dollari.

Israele spende per le sue forze armate circa 14 miliardi di dollari l’anno, di cui 3 arrivano da aiuti militari statunitensi. Nell’autunno scorso, dopo le massicce proteste sociali contro il caro-vita, la commissione Trajtenberg era stata incaricata dal governo di rivedere tutto il bilancio dello stato per capire dove fosse possibile tagliare per aumentare le spese sociali. Una delle raccomandazioni contenute nelle 267 pagine del rapporto finale della commissione, peraltro approvato da Netanyahu e da tutto il suo governo, era stata proprio quella di ridurre le spese militari, che nel 2011 erano state pari al 6 per cento del Prodotto interno lordo israeliano.

“Qualsiasi persona di buon senso è in grado di vedere quello che sta succedendo attorno a noi – ha detto il premier israeliano, riferendosi sia all’impatto delle primavere arabe sull’Egitto e sulla Siria, che al nuovo corso della Turchia, nonché alle perduranti tensioni con l’Iran – Tutti questi cambiamenti hanno implicazioni strategiche per la sicurezza nazionale di Israele e per la nostra capacità di affrontare nuove sfide e fonti di instabilità”.

Per questo, secondo Netanyahu, non è possibile per quest’anno ridurre le spese militari, anche se non è ancora escluso – almeno stando ai timori dei funzionari della Difesa, riferiti dalla stampa israeliana – che i tagli possano arrivare nei prossimi anni. Molto dipenderà da come evolve la situazione nella regione. Il ministro della difesa Ehud Barak ha commentato positivamente la decisione del premier, sottolineando come, nel 1987 le spese militari “pesavano” per il 17 per cento del Pil israeliano: “Nel corso degli ultimi decenni ci sono stati dagli molto profondi”, ha detto Barak. “Ora siamo arrivati alla linea critica, qualsiasi ulteriore riduzione di fondi metterebbe a rischio l’addestramento, l’equipaggiamento e la capacità operativa delle nostre forze”. Il taglio proposto dalla commissione Trajtenberg doveva servire a finanziare il prolungamento dell’orario scolastico e per realizzare una misura che è stata approvata dalla Knesset nel 1984, cioè l’educazione prescolare gratuita, ma sempre rinviata a causa dei vincoli di bilancio. Queste misure sono rimaste nel budget 2012 ma non è del tutto chiaro come saranno finanziate.

Intanto, le forze armate israeliane si preparano per una massiccia esercitazione assieme a quelle statunitensi. L’esercitazione, chiamata “Austere challenge 2012” servirà a testare le difese antimissile dello stato israeliano, ipotizzando come scenario un attacco con missili a lungo raggio, come quelli testati di recente dall’Iran. Per quanto sia il Pentagono che i vertici di Tsahal dicano che le esercitazioni erano pianificate da molto tempo e non hanno nessun collegamento con i recenti giochi di guerra iraniani nello stretto di Hormuz, è forte l’impressione che in questo modo si voglia mandare un messaggio alla Repubblica islamica – che a febbraio ha previsto nuove esercitazioni nello stretto di Hormuz – per dimostrare che contro eventuali attacchi missilistici la capacità difensiva israeliana non è più come nel 1991, quando dall’Iraq di Saddam Hussein arrivarono i missili Scud. Da allora, Israele e Stati Uniti hanno sviluppato assieme un sistema di missili anti-missile, basato sull’americano Patriot, con lo scopo preciso di creare una sorta di “scudo” per proteggere le città israeliane. Il sistema è del tutto inefficace contro i razzi palestinesi che dalla Striscia di Gaza ogni tanto cadono nel deserto del Negev o vengono lanciati contro le città meridionali di Ashdod e Ashkelon, ma dovrebbe essere in grado di intercettare i missili che l’Iran ha nel suo arsenale.

di Joseph Zarlingo