Una manciata di voti. Otto in tutto, su 120 mila votanti. E’ quanto ha separato Rick Santorum da Mitt Romney, vincente per un soffio al primo voto che conta nella corsa alla Casa bianca. Entrambi i candidati hanno ottenuto il 24,5% nei caucuses repubblicani dell’Iowa. Un margine sottile per proclamare un vincitore, ma enorme nel suo spessore politico: i repubblicani dell’Iowa hanno scelto proprio Romney e Santorum. Al terzo posto si piazza Ron Paul, con il 21,4% dei consensi. Quindi Newt Gingrich (13,3%), Rick Perry (10,3%), Michele Bachman (5,0). Sono stati senza dubbio i caucuses più appassionanti e incerti degli ultimi decenni. I risultati erano attesi per le nove e mezzo di sera, ora della East Coast, ma all’una del mattino milioni di americani erano ancora davanti alla televisione a seguire il match tra il candidato dell’establishment repubblicano e quello dei conservatori.

L’ascesa di Rick Santorum nelle intenzioni di voto dei repubblicani dell’Iowa era chiara da giorni. Parlando con i militanti del partito, nell’area metropolitana di Des Moines, la capitale, ma anche nelle zone agricole dell’est e dell’ovest, emergeva un sempre maggior sostegno alla sua discesa in campo. Dopo la fine della candidatura di Herman Cain, e il tramonto di quelle di Michele Bachman e Rick Perry, Santorum era del resto diventato il candidato ufficiale dei religiosi dello Stato (a suo favore sono arrivate influenti dichiarazioni di voto: i pastori evangelici Bob Vander Plaats e Chuck Hurley, e l’ex-direttore della Christian Coalition Ralph Reed).

I risultati hanno confermato le previsioni. Almeno un terzo dei fedeli evangelici dell’Iowa ha votato per Santorum, la cui campagna, per mesi, ha battuto quasi esclusivamente sui temi dell’aborto, della fede, della famiglia, della responsabilità individuale. Il risultato di Santorum appare tanto più eccezionale, se si considera che è stato ottenuto senza grandi mezzi finanziari, senza spot televisivi, senza appoggi della Washington che conta, ma grazie a una campagna infaticabile e capillare, che l’ha portato in tutte le 99 contee dello Stato, per un totale di ben 381 eventi.

“Abbiamo scioccato il mondo”, ha scritto Santorum in una mail inviata ai supporters subito dopo la vittoria. Già da oggi, conclusi i festeggiamenti, si aprono però per il candidato una serie di questioni di difficile soluzione. Santorum deve mettere in piedi una struttura organizzativa capace di rivaleggiare con quella formidabile di Romney. Deve trovare milioni di dollari capaci di far andare avanti la sua campagna. Soprattutto, Santorum deve fare i conti con la definizione di “candidato conservatore”, che lui stesso continua a inalberare ma che difficilmente gli farà guadagnare voti negli Stati meno toccati dall’ardore religioso. Una prima prova, per lui, ci sarà proprio martedì prossimo, con le primarie nel ben più laico New Hampshire.

Se la vittoria di Santorum sa di base popolare e religiosa, e di campagna “porta a porta”, quella di Romney è invece il frutto di una politica milionaria e d’élite. L’ex-governatore del Massachusetts, repubblicano East Coast “alla Nelson Rockfeller”, espressione dei grandi poteri economici e finanziari, moderato sulle questioni sociali, non piaceva alla base del partito in Iowa. Per mesi Romney ha limitato al massimo le sue apparizioni nello Stato; per mesi i suoi collaboratori hanno gettato acqua sulle sue possibilità di vittoria (bruciava ancora il ricordo della sconfitta ai cacucuses dell’Iowa di quattro anni fa, nonostante i milioni spesi nella campagna).

L’ottimo risultato di Romney, ieri, dimostra che i nuovi milioni fatti affluire in una valanga di spot elettorali (soprattutto contro Newt Gingrich e Rick Perry) sono serviti. E dimostra che molti repubblicani si sono probabilmente adattati all’idea che Romney è il candidato più plausibile, quello più capace di battere Obama il prossimo novembre (non è un caso che, secondo i primi rilevamenti, il 40% dei repubblicani che ha come obiettivo primario quello di “battere Obama”, abbia votato per lui).

Nel discorso ai supporter, subito dopo l’arrivo dei risultati, Romney si è mostrato particolarmente ben disposto nei confronti di Santorum , che ha ringraziato e lodato per il risultato. Santorum è infatti per Romney, almeno per ora, una minaccia molto poco temibile. Tanto più che il circo delle primarie si trasferisce proprio in New Hampshire, dove Romney può contare su un seguito compatto e sicuro (nelle prossime ore, per lui, arriverà anche la dichiarazione di voto di John McCain, particolarmente amato in New Hampshire). L’ex-governatore non ha però la candidatura in tasca. Il 25% scarso raggiunto in Iowa dimostra che una fetta importante del partito repubblicano continua a non amarlo.

Ormai senza prospettive le candidature di Michele Bachman e Rick Perry, in attesa di risolvere l’enigma di Jon Huntsman (che non si presentava in Iowa) e di Newt Gingrich (che andrà sicuramente meglio nel suo Sud), resta la delusione Ron Paul. I risultati, contea per contea, mostrano che Paul è stato votato soprattutto nelle aree universitarie. Il suo messaggio libertario e anti-statalista, oltre che tra i giovani, pare aver fatto proseliti tra gli indipendenti e anche in una nutrita schiera di democratici che all’ultimo momento si sono registrati per votare nei caucuses repubblicani. Nonostante ciò, e nonostante l’entusiasmo che ha circondato la sua campagna, Paul non è riuscito a sfondare. “Il nostro movimento continua”, ha detto, parlando ai supporters dopo l’arrivo dei risultati. Il prossimo appuntamento, anche per lui, è il New Hampshire. Il cui motto, “Live Free or Die”, sembra in particolare sintonia con la sua politica.