Rai Storia (canale Sky 805) poche sere fa ha srotolato a fisarmonica le cartoline di viaggio dell’Orchestra Italiana, un marchio ormai leader dell’Azienda Arbore. Forse l’unico suo ancora attivo e operante in giro per il mondo, almeno da quando Renzo nostro ha scelto di ponderare le proprie presenze in televisione fino a rendersi, di fatto, invisibile, ma che dico?, raro come le venti lire del 1956. Latitante, dai.

Ovviamente, non puoi fargliene una colpa. Ognuno sceglie in piena coscienza le dosi in cui mostrarsi al centro di un nuovo format non esattamente esaltante, soprattutto se, come nel caso di Arbore, si tratta inevitabilmente di fare i conti con i fulgori di un passato trascorso, storicizzato addirittura (Alto gradimento e poi L’altra domenica e ancora Quelli della notte, Indietro tutta, ecc. ecc.), sono discorsi fatti e rifatti, due palle di retorica, ciononostante, almeno presso un certo pubblico accorto e bisognoso di verve, l’idea che Arbore si trovi da tempo asserragliato nella sua Cascais, sia pure soddisfatto dall’esistenza di una propria banda musicale di successo, non è cosa buona, accettabile.

Di sicuro, in attesa di soffermarci diffusamente sulle istantanee di viaggio delle tournée dell’Orchestra Italiana, così come sono state sollecitate dalla conduttrice-complice Caterina Stagno, sarà bene aggiungere che, parola d’onore d’Arbore medesimo, l’assenza del beniamino dai palinsesti non è attribuibile a “viltà” o a un improvviso bisogno di “doroteismo”, piuttosto nell’oggettiva “difficoltà di trovare improvvisatori” (sic). Così come lo erano, metti, Frassica, Ferrini o Marisa Laurito. Dimenticavo, un’accusa di moderatismo appioppata a un erede per parte materna dell’anarchico Carlo Cafiero avrebbe un valore doppiamente negativo, piombo fuso sul blasone dell’irregolarità.

Dell’Orchestra Italiana, piacciano o meno gli arrangiamenti e il mood profuso nei concerti, va subito detto che dà lavoro a un sacco di bravi lavoratori della musica, strumentisti, voci e poi tutti quegli altri che risiedono dietro le quinte, gli stessi che c’è stato però modo di vedere nello speciale di Rai Storia in occasione del ventennale della band.

Ovviamente si tratta di un reportage con tutti i crismi (e i limiti) del prodotto: un taccuino inframezzato da canzoni e note di costume spicciolo a margine, una confezione che, pensandoci bene, chissà perché, mi ha ricordato lo speciale del cast di Fame in Israele, con Leroy che si avvita nella break dance davanti al Muro del Pianto, e tuttavia fra molte immagini di servizio c’era comunque modo di ritrovare il meglio del sentire (già, in che altro modo lo vuoi chiamare?) iconoclasta di Renzo, il principale: imperdibile, per esempio, il momento dell’acquisto dei souvenir presso le bancarelle della Grande Muraglia cinese: “… seimila chilometri, e noi da mezz’ora stiamo qui a comprare strun…te”, parola di compagno di viaggio.

In sostanza, una occasione di riscaldamento nella prospettiva di ritrovare la via del ritorno, ricco e spietato, ci auguriamo, come già un celebre conte citato perfino nelle tasche bucate della commedia all’italiana.

Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2012