Quinto giorno di scontri al Cairo, in Egitto. L’epicentro dei fronteggiamenti tra manifestanti e polizia in assetto antisommossa si è spostato da piazza Tahrir, simbolo della rivoluzione egiziana, alle strade adiacenti il palazzo dove ha sede il governo provvisorio che, sotto la pesante supervisione del Consiglio supremo militare, sta cercando di pilotare l’Egitto verso il dopo-Mubarak.

Questa mattina all’alba le forze dell’ordine hanno nuovamente caricato con durezza i manifestanti, lanciando lacrimogeni e – secondo il quotidiano egiziano Al Masri al Yaoum – usando anche munizioni da guerra. Il bilancio, provvisorio, di cinque giorni di battaglia nelle strade della metropoli egiziana è molto pesante. Secondo il ministero della salute egiziano, i morti sono 12. L’agenzia di stampa Reuters parla di almeno 13 vittime, mentre per i manifestanti, che usano la rete e i social network per diffondere la loro documentazione sugli scontri, almeno 14 persone sono state uccise da venerdì in poi. Con le cariche di stamattina, l’esercito e la polizia hanno cercato di disperdere i manifestanti concentrati attorno al Museo Egizio e a piazza Talaat Harb, nella zona centrale del Cairo, dove, secondo le testimonianze raccolte da varie fonti di stampa, ci sono stati colpi di arma da fuoco fin dalle 5 di martedì mattina.

L’agenzia di stampa egiziana Mena dice che dopo un’avanzata iniziale, però, polizia e reparti militari sono stati costretti a ritirarsi dietro le barriere di cemento allestite all’angolo tra la strada Sheikh Rihan e Qasr al Aini, lo stesso punto dove tre giorni fa ci sono stati scontri molto duri. A piazza Tahrir, lunedì notte, sono arrivati di nuovo centinaia di dimostranti che hanno lanciato slogan contro il governo militare e hanno chiesto, di nuovo, un più rapido ritorno all’amministrazione civile del Paese.

Secondo alcune testimonianze riportate dalla stampa egiziana, inoltre, sui tetti dei palazzi del centro sono comparsi di nuovo i cecchini, come nei giorni peggiori della protesta contro il regime di Hosni Mubarak. I cecchini erano appostati, stando a questi racconti, sul tetto del palazzo del governo, di fronte piazza Tahrir, lunedì pomeriggio, e almeno quattro persone sarebbero state colpite dai proiettili sparati dai tiratori.

La repressione con cui l’esercito sta rispondendo alle proteste ha provocato molte reazioni internazionali. Amnesty International ha chiesto ai fornitori di armi e munizioni per l’esercito e la polizia egiziani di sospendere la vendita, come forma di pressione sui vertici delle forze militari. Reporters senza frontiere ha criticato “la violenza sistematica contro il personale dei media”, per impedire che i filmati che documentano la repressione siano diffusi. Una tattica che non sta pagando. Le immagini dei soldati che picchiano manifestanti inermi e in alcuni casi già immobilizzati a terra stanno facendo il giro del web, alimentando ancora di più la rabbia degli egiziani, preoccupati per il deragliamento del processo democratico costato almeno 300 morti prima di arrivare alla cacciata di Hosni Mubarak.

La preoccupazione degli egiziani è condivisa dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, che in una nota ha condannato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia e dell’esercito. Parole simili sono arrivate dagli Stati Uniti, da dove il segretario di stato Hillary Clinton ha deprecato la violenza ‘da ogni parte’ e ha però invitato le forze dell’ordine a «rispettare e proteggere i diritti universali dei cittadini egiziani”.

I vertici militari, però, non sembrano intenzionati a fare marcia indietro. Adel Emara, uno dei generali del Consiglio supremo militare, in una conferenza stampa al Cairo, ha detto che i soldati hanno anzi dimostrato molto “autocontrollo” e non si sono lasciati intimorire da quanti cercavano di provocare reazioni ancora più dure. I responsabili di queste violenze, secondo i militari, sono “forze maligne” che puntano a gettare il paese nel caos e a “mettere l’esercito contro il popolo”. Ammesso che sia questo l’obiettivo di queste “forze maligne” – che il generale si è guardato bene dall’identificare chiaramente – bisogna dire che l’esercito con il suo comportamento sta di certo facilitando il compito.

Intanto, nella seconda fase del lungo processo elettorale che si concluderà a marzo, il partito dei Fratelli musulmani afferma di aver avuto il 39 per cento dei voti mentre il blocco salafita Al-Nour ne ha avuto il 30 per cento. Dei 160 seggi che erano in ballo in questa tornata elettorale, 29 sarebbero già assegnati ai Fratelli musulmani e 23 ai salafiti, mentre il partito liberale Wafd ne avrebbe avuti 9 e il Blocco egiziano 7. Gli altri devono essere assegnati con il ballottaggio.

di Joseph Zarlingo