Il terremoto che ha sconvolto L’Aquila il 6 aprile del 2009 alla fine è stato il piatto ricco che le cosche di ‘ndrangheta aspettavano da tempo. Un affare da sfruttare grazie alla rete di amicizie e complicità, creata da una vera e propria cellula, un’avanguardia delle cosche di Reggio Calabria, presenti in Abruzzo anche prima del sisma, con in tasca i soldi delle famiglie Caridi Borghetto Zindato – inserite all’interno della locale di Libri – pronti per ogni tipo di investimento.

Questa mattina all’alba la squadra mobile de L’Aquila e il Gico della Guardia di Finanza hanno chiuso l’operazione “Lypas”, arrestando quattro persone, dopo due anni di indagini iniziate monitorando i cantieri del post terremoto. Sono finiti in carcere l’imprenditore aquilano Stefano Biasini, 34 anni, i fratelli Antonino Vincenzo e Massimo Maria Valenti, nati a Reggio Calabria ma residenti da tempo all’Aquila, e Francesco Ielo, nato a Reggio Calabria e residente ad Albenga (Savona). Per tutti e quattro gli arrestati l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa.

L’interesse delle cosche si era concentrato sulla ristrutturazione delle case private colpite dal sisma, con interventi che venivano realizzati senza gare di appalto pubbliche e senza certificazioni antimafia. Un mercato ricco, silenzioso e discreto.

I fratelli Valenti erano già attivi nel capoluogo abruzzese fin dal 2007. Prima del terremoto gli investimenti partiti da Reggio Calabria puntavano sul settore del commercio, della ristorazione e dello sfruttamento delle cave. Poi, con il terremoto, lo scenario è cambiato, aprendo il più grande cantiere d’Europa.

Durante le indagini – guidate dal capo della squadra mobile Fabio Ciccimarra e dal comandante del gruppo provinciale della Guardia di Finanza Giovanni Domenico Castrignanò – la Procura dell’Aquila ha intercettato gli investimenti che Santo Giovanni Caridi – arrestato nei mesi scorsi dalla Procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione “Alta tensione” – era pronto ad avviare nei lavori di ristrutturazione delle case danneggiate dal terremoto.

Per nascondere l’origine dei soldi, Caridi aveva iniziato ad utilizzare l’imprenditore aquilano Stefano Baisini, grazie alla mediazione dei fratelli Valenti e di Francesco Ielo. L’operazione sarebbe avvenuta attraverso l’acquisto di quota parte del capitale sociale di una società interessata ai lavori post-terremoto, utilizzando poi nei cantieri i lavoratori indicati dagli affiliati, usufruendo di imprese riconducibili alla cosca di ‘ndrangheta originaria di Reggio Calabria.

Oltre ai quattro arresti, il procuratore dell’Aquila Alfredo Rossini e il sostituto Fabio Picuti hanno chiesto al Gip il sequestro di quattro società, otto automezzi, cinque immobili e venticinque conti correnti bancari, per un valore complessivo di un milione di euro.