“Come Lega Nord abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere che Milano venga riconosciuta capitale europea dei brevetti e alla città venga assegnata la Corte europea dei brevetti”, lo chiede da Strasburgo Matteo Salvini, eurodeputato del Carroccio. Perché? “Semplice – risponde Salvini – significherebbe centinaia di milioni di euro di indotto e posti di lavoro”. D’altronde, continua l’eurodeputato, “Milano e la Lombardia già oggi sono le capitali europee per brevetti e marchi depositati, però il rischio è che anche in questo caso la corte finisca a Parigi, Berlino o in Polonia, quindi i nostri imprenditori dovrebbero girare l’Europa per depositare i loro marchi e brevetti”. Insomma, “il governo Monti si deve dare una mossa. Chiediamo che all’Italia, alla Padania e a Milano in particolare venga riconosciuto un ruolo di capitale che già oggi ha”.

Peccato che Salvini non sappia che proprio l’Italia è la sola, insieme alla Spagna, ad essere rimasta fuori dal nuovo brevetto europeo recentemente approvato dai rappresentanti di Parlamento e Consiglio Ue dopo anni di negoziati. E questo semplicemente perché l’Italia si è rifiutata di accettare che tale certificazione fosse solo in tre lingue (inglese, francese e tedesco). Una battaglia portata avanti con ottusa tenacia dal precedente governo Berlusconi che ne aveva quasi fatto una questione di principio, tentando in tutti i modi di inserire l’italiano come quarta lingua.

Tutto è iniziato nel dicembre 2010, quando Roma, in un sussulto patriottico, si era nettamente opposta all’uso di inglese, francese e tedesco per il nuovo brevetto europeo allo studio della Commissione europea. “Questa posizione è francamente inaccettabile – aveva detto l’allora ministro alle Politiche europee Andrea Ronchi – l’Italia non è disposta ad avvallare un regime fortemente discriminatorio e penalizzante per le sue imprese”. A dargli man forte ci pensò un manipolo di eurodeputati italiani, di destra e sinistra, che con una nota congiunta al Parlamento europeo avevano giudicato “la posizione assunta dell’Ue come illegittima e discriminatoria. La proposta sarebbe molto dannosa per la competitività delle imprese italiane in un momento critico per l’economia”. Dopo di ché Ronchi si dimise da ministro per essere passato a Fli e la poltrona italiana delle politiche comunitarie rimase vuota per oltre sei mesi.

Tant’è che alla fine gli altri 25 Paesi hanno deciso di andare avanti da soli ricorrendo alla cosiddetta “cooperazione rafforzata”, che permette all’Ue di proseguire con una legislazione e per determinate politiche quando c’è l’accordo di almeno 9 Paesi. Adesso il Pe si dovrà pronunciare definitivamente il 20 e 21 dicembre, poi il brevetto sarà legge. A Bruxelles è stato fatto di tutto per convincere l’Italia. “Affinché l’Europa possa essere competitiva a livello mondiale è necessario promuovere l’innovazione. Oggi questo non avviene perché ottenere un brevetto è troppo complicato e costoso”, aveva detto Michel Barnier, commissario per il Mercato interno e i servizi.
E non è finita qua. Restiamo fuori anche dalla Corte unitaria dei brevetti composta da giudici specializzati che si occuperanno di contenziosi in materia, messa a punto sempre dall’accordo raggiunto a Bruxelles. Si tratta proprio della Corte che Salvini, con non poca faccia tosta, adesso chiede sia realizzata a Milano.

Ma era davvero così importante per le imprese italiane parlare come mangiano? Sta di fatto che, mentre nel mondo in azienda si sparla sempre di più l’inglese (e cinese), il nuovo brevetto europeo cercava di colmare una lacuna di competitività rispetto ai brevetti made in Usa o Japan che godono di un regime molto più semplificato e di una sola lingua. Dal primo gennaio 2014, infatti, sarà possibile registrare un brevetto unitario valido per tutti i Paesi Ue, con costi abbattuti dell’80 per cento, tranne ovviamente per Italia e Spagna. Questo vuol dire che i brevetti registrati all’Epo di Monaco (sede dell’Ufficio europeo dei brevetti) da un’azienda di uno dei 25 Paesi Ue che hanno aderito, non sarà valido nel nostro Paese, e viceversa.

E tutto questo solo per ragioni linguistiche? Non solo. E vero che inglese, francese e tedesco sono le tre lingue di lavoro dell’Ue e che aggiungere altre traduzioni avrebbe vanificato quella riduzione di costi alla quale si mirava. Ma va anche ammesso che il peso dei brevetti italiani in Europa è sempre meno influente. Al contrario più di 34mila brevetti (su 68mila totali in Europa) provengono da Francia e Germania. Tra il 1999 e il 2008 l’Epo ha pubblicato 1.116.906 domande di brevetto, delle quali 36.324 depositate dall’Italia, ovvero solo il 3,3% del totale. Un dato che dipende anche dal numero di ricercatori attivi nel Belpaese: 72mila contro i 270mila della Germania (dati Unioncamere e Dintec).