C’è un punto mediano (in tutti i sensi, mediano) fra il mi piace e il non mi piace. Già, un punto dove non trionfa la carne né ce la fa a sfondare il pesce. Ebbene, tale punto critico, personalmente, posso dire d’averlo finalmente trovato. E con esattezza proprio l’altra sera a Servizio pubblico. Cioè nel pieno dell’acme dell’avventura di Michele Santoro. L’ho trovato in Nichi Vendola, che, sia detto per inciso, è persona che stimo, di più, cui voglio anche un po’ di bene, se non altro perché, come il sottoscritto, condivide l’amore gratuito per l’incanto poetico pasoliniano, un modo per veleggiare oltre il pane e coperto della politica quotidiana.

Mi riferisco allo stesso Vendola che anni addietro, a una mia domanda su perché mai Rifondazione si fosse presentata alle elezioni politiche con la faccia di Bertinotti, confessò che era stato lui stesso a non aver avuto voglia di impelagarsi nelle dispute tra Rc e Pdci, e dunque meglio attendere nuovi tempi, senza contare, sempre parole di Vendola, che “a cinquant’anni si è già troppo vecchi, esiste invece una generazione di trentenni straordinari, sarà il caso che siano loro a prendere presto le redini dell’iniziativa”. Testuale. Già, proprio così mi disse Nichi un pomeriggio a Campo de’ Fiori durante un nostro incontro del tutto casuale.
Il resto, è quasi storia. C’è stato poco dopo il suo trionfo alla presidenza della regione Puglia, mentre, nel frattempo, del suo sponsor iniziale Bertinotti si perdeva ogni traccia, escludendo le feste documentate da Umberto Pizzi dove un Fausto felice appare al fianco di Valeria (Marini), non esattamente una succedanea di Rosa (Luxemburg).

Tornando al presente, Vendola, quasi eroticamente, dovrebbe rappresentare una concreta opzione politica di sinistra alternativa al nulla del partito Badedas, il Pd. Ora, mettendo da parte il dubbio che Sel sia poco più di uno sticker pronto a ribadire su muri e pali della luce l’esistenza necessaria di Nichi, non resta che fare i conti con le parole pronunciate dal presidente della regione Puglia sempre l’altra sera davanti a Michele Santoro e al suo pubblico di non riconciliati con l’afasia di un Bersani e la tracotanza di Massimo D’Alema, o almeno così c’è da sperare. Parole perfette, le sue, smerigliate al punto giusto, cristalli d’artigianato “civile”, finalmente non più musica leggera per ceti medi, in tutto medi, come accadeva, e ancora – temo – avviene, con Veltroni, primi piatti freddi di una sinistra domiciliata fra Capalbio e Sabaudia, bensì la sensazione che finalmente con Vendola sia possibile concedersi addirittura un bel secondo di carne con contorno d’utopia, lontani dal pensiero dominante che suggerisce di vivere, come dice, nuovo Marcuse, Maccio Capatonda, nei filmati ammirevolmente commissionati da Antonello Piroso per “Ma anche no”, su La 7, “usando soltanto il due per cento del nostro cervello”.

C’è però un “ma” grande come una casa. E qui si entra nel mondo delle sensazioni, dunque dell’insondabile: perché mai davanti al verbo di Vendola, accanto all’adesione immediata, assoluta, necessaria al volo linguistico cui ci ha abituati risiede, intoccabile, l’impressione prosaica che sarà tutto, come dicono i cinici dell’Urbe, soltanto una grande sola, come certe bistecche che alla fine non resta che rimandarle indietro al cuoco. Perché?

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Il Fatto Quotidiano, 17 Dicembre 2011