Truffe assicurative, commercio di auto usate, importazione di vetture dall’estero, settore edilizio e della ristorazione, attività nelle quali il clan Mallardo, egemone a Giugliano, in provincia di Napoli, ha trovato il suo business più redditizio fuori dalla Campania. In particolare nel basso Lazio dove attraverso l’alleanza con imprenditori sodali del clan ha riciclato denaro di provenienza illecita.

Elementi che emergono dall’inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Napoli, procuratore Alessandro Pennasilico, condotta dal nucleo di polizia tributaria di Roma, guidato dal colonnello Virginio Pomponi e dal Gico delle fiamme gialle agli ordini del tenente colonnello Andrea Fiducia. In manette sono finiti tre imprenditori di Formia: i fratelli Ascione, Giuliano, Michele e Luigi, 12 gli indagati e beni sequestrati per un valore di 50 milioni di euro. Tra i reati contestati, oltre all’associazione camorristica, anche l’intestazione fittizia di beni ai prestanome che facevano da scudo agli arrestati per evitare misure di sequestro. Una fitta rete di società (ben sei), rapporti bancari, auto, immobili in provincia di Napoli, Latina e anche Cosenza finiti sotto sigillo.

Sotto sequestro anche una quota del 20%, intestata all’indagato Giuseppe Panico, legale rappresentante, della società che controlla il Tahiti, da cui prende il nome l’operazione, uno stabilimento balneare sito in Fondi, in provincia di Latina. Al Tahiti si incontravano spesso gli uomini del clan, come Giovanni Dell’Aquila, già in carcere, fratello di Giuseppe Dell’Aquila, detto Peppe o ciuccio e per anni reggente dei Mallardo. Una formazione camorristica che ha una capacità economica smisurata, se si pensa che negli ultimi due anni la guardia di finanza ha sequestrato beni per un valore totale di un miliardo e 300 milioni.

Nell’ordinanza, firmata dal Gip Marcella Suma, emerge che gli Ascione agivano in posizione di parità con i Mallardo nel settore della vendita di auto. Un settore, attraverso la complicità di una rete di fiancheggiatori, come periti e commercialisti, dove il clan guadagna più volte. Da un parte importando macchine in violazione della normativa iva, imponendone l’acquisto ai concessionari, dall’altra usandole per organizzare truffe, con sinistri fasulli, ai danni delle assicurazioni lucrando sul risarcimento danni.

Ma c’è un altro sistema ingegnato dal gruppo criminale che ha l’interesse di ‘lavare’ il danaro sporco, lo racconta il collaboratore di giustizia Salvatore Izzo, il 29 dicembre 2009: “ Quando le compagnie di assicurazione liquidavano i danni questi soldi finivano su diversi conti correnti puliti in modo da creare provviste di denaro genuino, mentre i danneggiati venivano risarciti in contanti con i soldi proveniente direttamente da Dell’Aquila e consegnati loro da Smarrazzo Gennaro (fiancheggiatore del clan, ndr). Lo stesso accadeva per il pagamento delle parcelle di tutti coloro che contribuivano all’istruzione dei sinistri, come ad esempio, gli avvocati e i medici”.

Gli Ascione si occupavano anche del settore edilizio nel basso Lazio. Torna di nuovo Fondi con le concessioni ai sodali del clan, la cittadina già oggetto di richiesta di scioglimento per infiltrazioni mafiose, salvato dal consiglio dei ministri targato Berlusconi. Giuseppe Panico sotto il cappello di Giovanni Dell’Aquila entra negli affari economici del fondano e assume cariche in diverse società, operanti nel settore edilizio, insieme ai fratelli Ascione. Una capacità imprenditoriale che il Gip così descrive: “Si tratta della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate che consentono l’infiltrazione e l’occupazione dei territori in modi più subdoli e più efficaci”.