Doveva essere sciolto e invece si è pietrificato il Parlamento italiano. Figure irrigidite nell’ultimo ruolo rivestito in vita si aggirano come zombie fra le macerie ingombranti di ciò che c’era e sembrava destinato a durare “tutta la legislatura” e invece è andato giù di colpo, come il palco di Jovanotti, anche qui facendo vittime, non la vita ma quel che resta della dignità e della ragione di esistere di un gruppo politico. Come il deputato leghista Buonanno che, alle ore 11:10 del giorno 15 dicembre, in un’assemblea gremita quasi solo di deputati della Lega intenti a urlare e fischiare, si è alzato come da un sonno, si è guardato intorno e ha gridato: “Siete tutti comunisti, tutti comunisti, qui ci vuole il lanciafiamme“. E ha ripetuto a lungo l’invocazione di quell’arma micidiale che, a quanto pare, sarebbe stato il solo oggetto capace di lenire il suo tormento: non c’è più il governo. Non c’è più il potere. Poi il brusco risveglio del deputato torna a mischiarsi con le grida, i cori, la nuova abitudine di richiamare l’attenzione con fischi prolungati (che il presidente Fini, gelido, ha ritenuto di definire “alla pecorara”), che sono il messaggio che manda adesso ai cittadini il partito della Lega Nord.

Probabilmente di tutto ciò nulla si salverà. “Tutto ciò” è il racconto con immagini di una settimana alla Camera dei deputati della Repubblica italiana. Qualcuno ha lavorato, anche molto, anche bene, in questi ultimi quattro giorni, nelle commissioni che stanno trasformando in legge il piano di salvataggio del governo tecnico, con la sua competenza chirurgica e la sua quasi completa estraneità ai destini individuali. Chi vi ha partecipato ha dovuto constatare, persino a destra, che tutto ciò è accaduto perché per tre anni la stanza delle scelte, dei piani, delle decisioni, è stata abbandonata dopo avere chiuso porte e finestre su ciò che davvero stava accadendo.

E così, a parità di difficoltà e di destini, l’Italia è stata lasciata inerte e immobile, estranea a ogni tentativo di schivare i colpi che intanto si abbattevano sulle aziende, sul lavoro, sulla fiducia verso questo Paese. La Lega Nord ha montato la guardia alla stanza vuota e per anni ha avuto forza e mano libera per cambiare discorso: ha fatto credere che il problema fossero “i clandestini assassini ” (citazione da Radio Padania); che la sicurezza – intesa come persecuzione agli immigrati – era il bene più urgente; che la politica estera consistesse nel diritto dei delittuosi “respingimenti in mare”.

In nome di questa visione chiusa e ottusa hanno avuto, esercitato e profittato, in posizione chiave, di un potere molto grande, addirittura il controllo del ministero dell’Interno, una funzione di vero dominio, su quasi tutti gli aspetti della vita italiana. Non si dà indietro facilmente e con mitezza un potere così grande in cambio di niente. Perché tutto è caduto sull’incompetenza a tenere testa a una complicata situazione internazionale che avrebbe richiesto esperienza e competenza, il potere di Maroni di infierire sui “clandestini” e di usare l’esercito contro i campi nomadi, e quello di Calderoli di farsi filmare mentre brucia, ridendo, scatoloni (lui dice) di leggi inutili (come il suo ministero) non sarà mai più restituito. E allora irrompono a Montecitorio, corrono in alto nell’emiciclo, urlano, fischiano, mostrano cartelli stralunati, minacciano da vicino i pochi sottosegretari seduti al banco del governo mentre dovrebbe esserci una serrata e competente discussione sul progetto Monti. Fingono di essere oppositori, ma non sanno di cosa.

I loro complici del Pdl, coloro che hanno consentito, per ricevere voti, la finzione del grande partito popolare con radici nel territorio, stanno alla larga. Solo una volta La Russa fa capolino per suggerire alla Mussolini un’aggressione maleducata e scomposta a Fini, unico gesto di collaborazione verso la schizofrenia della Lega. Ma il vistoso e clamoroso sdoppiamento del partito di Bossi in aula, davanti a tutti, fra un’immagine di partito di governo sempre piuttosto arrogante e convinto di avere per sempre il potere e la gang da pub screditato che va e viene urlando dentro un’aula del Parlamento è uno spettacolo che segnerà la storia della Repubblica. Insultano come in una curva da stadio i deputati Buonanno e Ranieri. Ma quando sono espulsi restano in aula e partecipano al voto. Sono presenti in buona parte i deputati del Pd e di Idv. E assieme ai pochi e imbarazzati sopravvissuti del mondo di Berlusconi, bocciano la “pregiudiziale di incostituzionalità ” della Lega (pensate, della Lega, che è sempre stata fuori dalla Costituzione). Urlano con tutte le forze quando il ministro Giarda annuncia il voto di fiducia. E poi tacciono subito esausti per le ore trascorse a rimpiangere, con furiosa e sgangherata violenza, il potere perduto e la fine della brutta fiaba chiamata Padania.

Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2011