Che le banche stiano governando gli Stati e non da adesso è cosa risaputa. Che la Politica, dopo essersi trasformata in Economia, si stia mestamente trasformando in Finanza, è sotto gli occhi di tutti. Ma c’è un lato nascosto di questa crisi che sembra essersi insediata nelle vite di tutti e non volerne uscire più.

Da teatrante ho osservato un fenomeno che sta avvenendo nel mondo dei teatri, un mondo che conosce la crisi (finanziaria) da molti anni. Da qualche tempo molti teatri si sono messi in rete. La cosa è sempre più frequente. Ciò può avvenire per questioni meramente economiche, per condividere spese di materiale e di promozione, ma anche per questioni più profonde: teatri piccoli, facenti parte di un territorio ristretto, condividono gli spettatori creando un unico cartellone il quale, formato dai cartelloni dei singoli teatri, diventa ricco ed interessante. Si possono così condividere gli abbonati, programmare le date in modo che non si accavallino e incassare più denari. Il momento di difficoltà spinge al consociativismo.

Il mio maestro e regista Gabriele Vacis dice sempre agli attori che un oggetto che cade, un vestito che impaccia, un qualsiasi impedimento sulla scena non deve mai essere considerato un ostacolo, ma un’opportunità per avere un’idea scenica o per dare veridicità alla scena che si sta interpretando. L’ostacolo può essere un’opportunità, che bella intuizione.  Trasferendo questo ragionamento al momento attuale di crisi, credo che le difficoltà economiche spingeranno necessariamente la gente a cercare nuove soluzioni attraverso una maggiore apertura agli altri, a mettersi in rete, a consociarsi, a condividere.

E’ vero che il verbo preferito dagli italiani è “arrangiarsi”, un verbo riflessivo che manifesta chiusura, ma forse partendo da qui potremmo cominciare a pensare di arrangiarci tutti insieme. Questa crisi può diventare l’opportunità di pensare a nuovi modelli produttivi ma anche a nuovi modelli di vita. Certo, i banchieri-governanti ci stanno dicendo che le crisi avvengono perché il mercato non è sano. Ma io credo che il mercato sia come il comunismo: sulla carta funziona tutto ma poi sono gli uomini a metterlo in pratica e gli uomini portano nei meccanismi sociali tutti i loro difetti.

I gruppi di spesa organizzati, nati per risolvere impacci economici e di organizzazione della vita, non risolvono solo quello, sono portatori di istanze che come le ciliegie si attirano l’una con l’altra; ad esempio ci hanno fatto pensare che è possibile un modello di vita nel quale senza perdere del tutto le nostre abitudini e i nostri ritmi, possiamo mangiare in modo più sano. E possiamo scambiare informazioni nutrizionali con molta gente, anche se non ci aggiriamo disperati tra gli scaffali di un supermercato. Un’intuizione può portarne con sé altre cento, forse dobbiamo spremere le meningi tutti e cercare di farci venire nuove idee, uscire dagli schemi ormai consunti del mercato.

Abbiamo ora due scelte: o approfittiamo di questo momento per metterci in rete, per cercare nuovi spunti e nuovi modelli di società, rinunciando a ciò che abbiamo acquisito per tentare di guadagnare terreno in campi che ora non frequentiamo, oppure continuiamo a lamentarci cercando di “arrangiarci” al meglio attraverso conoscenze e truffe varie. La prima ipotesi credo sia portatrice di civiltà, la seconda mi sembra un grosso passo indietro.