Chi sostiene che è giusto non far pagare l’Ici alla Chiesa perché le parrocchie, gli oratori, le associazioni caritatevoli e le scuole cattoliche svolgono attività in sostituzione dello Stato e quindi fanno risparmiare milioni di euro alle casse pubbliche, dovrebbe secondo la stessa logica sostenere che anche al lavoro delle donne si applicasse lo stesso principio. Vorrei vedere il ciellino Luigi Amicone, che tanto si agita sull’Ici e sulle famiglie, sostenere questa causa.

Ogni anno le statistiche confermano un dato agghiacciante: le donne italiane lavorano 3 ore in più al giorno rispetto agli uomini. Non chiacchiere ma dati Ocse che mettono le italiane agli ultimi posti nel mondo (dopo anche le messicane e le giapponesi). E sapete che fanno le donne in queste 3 ore? La maggior parte del tempo è speso in opere di cura, ossia assistenza ad anziani e minori, assistenza all’istruzione, malati eccetera. Le donne sono un sostituto del welfare a tutti gli effetti e mettono una pezza dove lo Stato non arriva o quando  taglia i fondi o non ne stanzia abbastanza. Non è lavoro che andrebbe in qualche modo retribuito? Se non si pensa a retribuirlo, si potrebbe almeno pensare a defiscalizzarlo. Come l’Ici per gli oratori.
Il vecchio sistema pensionistico riconosceva in qualche modo questo lavoro aggiuntivo e “premiava” le donne mandandole in pensione prima degli uomini. Il nuovo corso punisce principalmente le donne, perché dovranno aspettare di più per ritirarsi e non ne avranno niente in cambio. Chi ne risentirà di più saranno quelle opere di cura alle quali le donne sono dedite.

Domani le donne dei comitati spontanei di Se Non Ora Quando (Snoq) scendono in piazza per continuare una protesta iniziata in pieno berlusconismo contro le ripercussioni dello scandalo escort sull’immagine e la dignità della donna. L’occasione per chiedere qualcosa di più.

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