La formazione della Fiorentina campione d'Italia

Forse bisognerebbe ibernare le ipocrisie. Abbattere le pigre etichette che accompagnano il silenzioso annientamento di uomini che furono forti e oggi, semplicemente, non sono più. “Le morti sospette”. “L’ombra del doping”. “I misteri del calcio”. E dire, che andarsene divorati dalle leucemie e dalle sclerosi, dalle lesioni cerebrali e dai linfomi, dal tetro alfabeto dei tumori a 20 come a 70 anni, senza più voce neanche per imprecare, normale non è. L’ultimo addio va a Giorgio Mariani. Era nato in Emilia, a Sassuolo, nel ’46 e ammalato da tempo. Anche lui, come Ferrante, Mattolini, Saltutti, Lombardi e un’altra corona di vittime cadute senza un apparente motivo, aveva giocato nella Fiorentina tra i ’60 e i ’70. Litigando con Pesaola. Contribuendo allo scudetto del ’69.

Anche lui, come i suoi ex compagni di sventura Beatrice e Rognoni (scomparsi a 39 e 40 anni), Gil De Ponti e Petrini (aggrediti da atroci malattie) aveva trottato a Cesena tra il ’75 e il ’77. In Romagna, a Firenze e negli spogliatoi di mezza Italia, come raccontato più volte da decine di superstiti dell’epoca, si sperimentava. “Bomboloni neri” dall’incerta composizione in endovena, pilloline rosse nell’intervallo, cardiotonici e anfetamine, raggi Roengten per recuperare in fretta. Era un calcio di frontiera e la mandria da sacrificare aveva scarpini ai piedi e potere contrattuale pari allo zero. I medici somministravano, gli atleti ingoiavano e per i pochi che domandavano o peggio rifiutavano, la ricompensa era l’esilio.

Così oggi ricordare Mariani, i suoi dribbling protervi e San Siro in delirio. L’unica Coppa Uefa del Cesena e la sfida al Magdeburgo nel settembre del ’76, i pugni a Sparwasser del dottor Lamberto Boranga e la DDR in bianco e nero dell’epoca, serve solo a rimpiangere senza illuminare il quadro. Il magistrato Raffaele Guariniello indagò a lungo. Trovando nessi e ragioni, omertà diffuse e menzogne. Ricostruì la mappa di uno scandalo alla luce del sole. Costrinse “persone informate sui fatti” a scavare nella memoria e nel fondato, inconfessabile timore che un giorno toccasse loro, farsi scivolare una forchetta dalle mani, perdere il contatto con il proprio corpo, degenerare o scadere, come accade a un genere di consumo.

L’impressionante studio di Guariniello, le coincidenze, le vergogne istituzionalizzate e le ipotesi sono ancora lì. Come l’inchiesta fiorentina che si spinse a ipotizzare nei confronti dei sanitari e tecnici della Fiorentina reati come lesioni colpose o omicidio. Si dimostrò la massiccia assunzione di sostanze abili a distruggere reni, fegati e pancreas senza riuscire a legarle all’insorgere della malattie. Con il corollario di studi universitari capaci di allargare il campo delle ipotesi dal microtraumatismo, ai motoneuroni “eccitati”, fino all’uso dei fertilizzanti e dei pesticidi. Nel pallone dei Monatti senza identità, il morbo, da almeno tre decenni, ha iniziato a correre a ritmi fordisti. Il sistema, naturalmente, nega ogni responsabilità pregressa o presente e mentre il doping si affina (e chi è preposto a controllare come il Dg della Wada, David Howman ammette: “Non abbiamo strumenti per farlo”) le famiglie costrette a cure costosissime e a un’esclusione sociale solo parzialmente lenita dall’esempio di Stefano Borgonovo, si chiedono perché.

Giorgio Mariani non può più domandarselo. Aveva i capelli lunghi, fumava 100 sigarette al giorno e correva sulla fascia. Ala, all’epoca in cui illudersi di volare aveva ancora un senso. Mariani stringeva verso il centro e negli allenamenti, trovava a contrastarlo Giancarlo Galdiolo, Cristo padovano che portò croce da stopper in Toscana per 229 volte. Erano duelli veri. Niente a che vedere con questo requiem vigliacco, con il Galdiolo affetto da “demenza frontale temporale” senza più corde vocali e muscoli che secondo i tre figli: “Batte i pugni sul tavolo e non capiamo cosa vuole”. Un uomo “imprigionato dal suo corpo e dalla sua mente”. Un signore di 63 anni che fino a 24 mesi fa ancora giocava con gli amici. L’olio di canfora nell’angolo, gli abbracci dei compagni. Nella foto di gruppo sorridono. Ancora. Come ieri. Meno di domani.

da Il Fatto Quotidiano del 10 dicembre 2011