Little Bob è un rocker di Le Havre. Non c’entra niente con Little Tony, ma ha origini italiane e il suo vero nome è Roberto Piazza. Suona dal 1974, ha 66 anni, il viso segnato dalle rughe ed è molto basso. Per questo si chiama “little”. Bob ha uno strano ciuffo da rockabilly fuori tempo massimo. E sembra un po’ sfigato, con la sua giacca di pelle rossa anni Settanta. Perché non ha proprio il fisico da duro. E anche se ha una bella voce e molta foga, non è granché famoso fuori dai confini francesi. Di certo non è diventato ricco con il verbo del blues. Little Bob è perfetto per Aki Kaurismaki, che gli fa cantare un intero pezzo in Le Havre. Bob è il personaggio reale che rende possibile, quindi vero, il mondo che par fuori dal mondo raccontato nel film. È la testimonianza di quel mondo. Un mondo in cui il protagonista, Marcel Marx (André Wilms), fa il lustrascarpe in un posto dove quasi tutti ormai indossano scarpe da ginnastica. Marcel non ha un soldo, vive in un quartiere povero della città portuale assieme all’adorata moglie Arletty (Kati Outinen) ed è felice. Ma Arletty è molto malata e quando la ricoverano in ospedale, decide di non dire al marito quanto sia grave. Sperando in un miracolo. Nel frattempo, i container di Le Havre arrivano carichi di immigrati. Un giorno, a perlustrarne uno, arriva la polizia. Un ragazzino, Idrissa, riesce a scappare. Fino a quando non incrocia il signor Marx che inizierà a occuparsi di lui. “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti perché saranno consolati. Beati i miti perché erediteranno la terra”.

Aki Kaurismaki, oltre a far cantare l’immarcescibile Little Bob, nel suo Le Havre cita Il discorso della montagna. Perché in principio era Cristo ma tutti i buoni della terra, che se ne fregano dei soldi, che fanno ciò in cui credono e vivono con semplicità, sono i suoi eredi. Il quartiere dove abita il signor Marx è una comunità di anziani poveri e beati. Non ci sono giovani: la modernità non ha niente di pregevole. Il quartiere di Marcel è la città dei fantasmi, una bolla spazio-temporale a lato della realtà visibile – costruita dalla legge e dai media – e crudele. La caccia a Idrissa, il ragazzino venuto dal Gabon, è la moderna caccia di Erode. I poveri di spirito proteggono il bambino immigrato dall’ingiustizia degli aguzzini. I buoni sono gli emarginati che non appartengono a questi tempi e sembrano echi di un mondo perduto (nella prima scena, alle spalle del protagonista, c’è la locandina di un circo).

Film terso come la luce degli esterni, religioso come la luce quasi sempre di taglio negli interni, bizzarro nelle rifiniture curatissime come in tutti i film del finlandese, Le Havre stesso non è un film di questo mondo. Perciò è pieno di grazia. Come la comunità che racconta: solidale, docile e accogliente. Il bar di reietti con la zazzera è un posto in cui vorremmo passare una serata perché nessuno può sentirsi a disagio lì dentro. Anche se assieme al vino bianco, probabilmente scadente, ti portano olive stantie. Come i vestiti di Arletty, non c’è niente di elegante. Ma c’è molta grazia e molta giustizia in chi ha, spontaneamente, cura degli altri. Gli immigrati sono i moderni poveri Cristi. E miracoloso è trattarli con umanità. Marcel e tutti i fantasmi attorno a lui – che, anche se sono in vita, è come se non contassero nulla nell’artimetica sociale – sono gli ultimi cristiani. E, frequentandoli, anche l’emissario di Erode può avere pietà per il piccolo fuggitivo. Il commissario di nero vestito che sembra uscito dai fumetti, e che deve trovare Idrissa, non è né asettico come gli agenti con cui lavora né brutale come il vicino di casa spione (Jean-Pierre Leaud) che legge i giornali bugiardi, li tiene sul tavolino e si ossessiona nel voler denunciare un bambino. Il bene e il male sono distinti e il regista non ha dubbi. Il miracolo è conquistare brandelli di realtà con il soffio della genuinità. Vita eterna a tutti i Marcel e Little Bob della terra. E che Kaurismaki sia con loro.