Dice un passante dall’aria normale, fermandosi davanti all’edicola: “Vi dico quel che bisogna fare. Bisogna ammazzarli tutti, come hanno fatto in Libia. Tutti, senza stare a guardare. Solo così ci liberiamo di quei parassiti e sanguisughe una volta per sempre”. Il gestore della edicola, che ha fatto politica a sinistra e ha sempre predetto, a volte con furore, dalla sua finestrella in mezzo ai giornali, la caduta di Berlusconi, guarda perplesso.

Destra o sinistra? Vecchia ruggine verso l’inutile democrazia o sdegno emergente per ciò che accade o si viene a sapere e si denuncia soltanto adesso? E come confrontare il livello di rabbia dell’uomo di fronte all’edicola e le frasi, le parole, la voce, degli operai Fiat che escono per l’ultima volta da quella loro fabbrica di Termini Imerese, la fabbrica perfetta che da due giorni non esiste più?

Eppure una cosa in comune, una sorta di saldo legame c’è. Nè il passante dell’edicola di Roma nè i gruppi di operai fra i trenta e cinquant’anni, messi fuori per sempre, hanno un riferimento o un futuro, o un pensiero a cui aggrapparsi. È un vuoto pauroso in un Paese che ha avuto la base operaia più colta e più internazionale d’Europa e personaggi, a volte unici, dalla parte della proprietà e del management, di solito così poveramente rappresentati dai grandi e costosi convegni di Confindustria.

Ne parlo non per cambiare discorso, ma perché c’entra il lavoro, come quello che adesso viene svilito e zittito (che non si sogni di avanzare pretese in periodo di sacrifici e di crisi), c’entra l’impresa, che qualcuno, appena pochi decenni fa ha sognato (e in parte progettato) in modo completamente diverso. Soprattutto c’entra la politica, perché chi si occupava di impresa e lavoro come di un buon legame possibile, sapeva che intorno alla vita organizzata di esseri umani meno infelici bisognava riorganizzare e ridefinire la politica.

E c’entra l’edicola. C’entra perché un editore coraggioso ha appena pubblicato un libro a fumetti su Adriano Olivetti (Un secolo troppo presto di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, edizioni Il Becco Giallo). I disegni hanno una strana consonanza con i giorni vissuti con Olivetti, mi sento di dire dal momento che quei giorni li ho vissuti. Mi occupavo del personale, che era un impegno grande quanto la finanza ai tempi in cui si assumevano persone come Tiziano Terzani.

Le parole del fumetto sono vere, anche se citate da un documento che si finge sia stato scritto un secolo dopo. È una lunga conversazione che si immagina avvenga tra una giovane laureanda e l’imprenditore di immenso successo che la Confindustria non voleva nei suoi ranghi. È un testo che ci riguarda, oggi, adesso, in questi giorni, con questa politica, mentre infuria il dibattito fra politici, tecnici e strategie di sopravvivenza. Cito pagine di questo importante libro-fumetto (ma forse il più bel testo di politica contemporanea), sequenze di una riflessione lunga e rara, per Olivetti, che non faceva discorsi e preferiva scrivere.

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza.

Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete. I libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore”.

Ma poi Adriano Olivetti, molto più avanti del suo tempo (siamo nel 1960) ripensa al ruolo dei partiti. “Alla fine del fascismo la maggior parte degli intellettuali vedeva nei partiti uno strumento di libertà. Io no. Sono organismi che selezionano personale politico inadeguato. Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni, ne è trascinato. Ho immaginato una Camera che soddisfi il principio della rappresentanza nel senso più democratico; e poi sappia scegliere ed eleggere un senato composto delle persone più competenti di ogni settore della vita pubblica, della economia, dell’architettura, dell’urbanistica, della letteratura”.

C’era nel suo “progetto” (ricordo l’uso continuo di questa parola) il raccordo fra la visione politica della vita e la competenza tecnica per affrontare i problemi. Gli è stato chiesto se tutto questo non fosse utopia, ovvero un ponte lanciato nel vuoto. E ha risposto pensando a un futuro che non è ancora venuto: “Beh, ecco, se mi posso permettere, spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”.

Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2011