Fino a un anno fa la deflagrazione dell’Unione monetaria era considerata uno scenario estremamente remoto. Oggi se ne discute come di un esito molto più plausibile. Se l’euro non regge anche il resto della costruzione europea si sfalda. Senza euro si torna a piccoli Stati nazionali con forti limitazioni al commercio, in balia di decisioni prese altrove. I primi anni dopo il crollo dell’euro richiederebbero sacrifici pesantissimi e danni inimmaginabili a tutta l’economia mondiale. Molti paesi dell’area euro, inclusa l’Italia, impiegherebbero una generazione ad assorbirli. Fino a due settimane fa sembrava che lo stallo decisionale a livello europeo non potesse essere superato. Poi sono intervenuti due fattori nuovi:

1) Il governo Monti ha messo fine alle pagliacciate che distruggevano la credibilità del Paese più esposto ai rischi e capace di far saltare i sostegni.

2) L’asta dei Bund tedeschi finita a tarallucci e birra ha messo in luce che le virtù tedesche sono frutto della tipica (esagerata) autostima teutonica. Anche la Germania è un Paese inefficiente, ingessato, disfunzionale e consociativo. Con l’incendio alle porte di Berlino è probabile che i nodi politici finora inestricabili vengano recisi e si faccia finalmente il salto di qualità nell’integrazione europea. E tra cinque anni ricorderemo come sull’orlo del crepaccio si sia ritrovato il senso di condivisione di chi procede in cordata.

Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2011