Una legge bavaglio alla sudafricana. Così viene interpretata dai giornalisti del paese arcobaleno la nuova legge sulla Protezione delle informazioni di Stato, approvata ieri dalla camera bassa del Parlamento sudafricano. La legge, voluta dal partito al governo, l’African national congress che fu di Nelson Mandela, prevede una pena fino a 25 anni di carcere per chi è in possesso di documenti protetti da segreto di Stato.

Nessuna attenuante, né per i giornalisti, né per chi agisce nel pubblico interesse. Davanti la sede dell’Anc, decine di reporter hanno protestato con un bavaglio sul volto perché – dicono – questa legge rischia di uccidere del tutto il giornalismo d’inchiesta, che si basa proprio sulla capacità di avere accesso a documenti segreti. Nel testo, la definizione di “interesse nazionale” che è il criterio per stabilire il livello di riservatezza dei documenti, è molto ampia e cittadini e giornalisti in possesso di documenti di “interesse nazionale” vengono equiparati, nel trattamento punitivo, a spie straniere.

Nel Parlamento, i deputati dell’Anc – che ha una maggioranza di due terzi dei 400 seggi – hanno votato compatti: 229 sì e 107 no. Eppure, perfino il Centro Nelson Mandela per la memoria, cioè l’ufficio del campione della lotta contro l’apartheid, ha criticato la legge, dicendo che il testo attuale non riesce a bilanciare il bisogno di proteggere informazioni rilevanti per la sicurezza dello stato con quello di garantire la libertà di stampa e di espressione.

Prima di entrare in vigore, la legge deve fare ancora molta strada: c’è bisogno prima dell’approvazione della Camera alta – non prima del prossimo anno – poi della firma presidenziale. Ma anche in questo caso, ai parlamentari del principale partito di opposizione, l’Alleanza democratica, resterebbe aperta la via del ricorso alla Corte costituzionale, raccogliendo le firme di 134 parlamentari. L’Alleanza democratica ha già fatto sapere di essere pronta a contestare la legge davanti alla Corte, se il governo guidato dal presidente Jacob Zuma non modificherà il testo.

Al coro delle proteste si è unito l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace come Mandela. Il giorno prima del voto ha lanciato un appello ai deputati: “E’ insultante per tutti i sudafricani sentirsi chiedere di digerire una legge che potrebbe essere usata per perseguire il giornalismo d’inchiesta e la diffusione di documenti. Una legge che rende lo Stato responsabile solo nei confronti di se stesso”.

Un altro premio Nobel sudafricano, la scrittrice Nadine Gordimer ha rincarato la dose: “La corruzione e il nepotismo in cui i politici indulgono può essere combattuto solo se abbiamo la libertà di espressione», ha detto al giornale Times News”.

Gli appelli sono però finora caduti nel vuoto, ma la protesta sembra solo all’inizio. Una coalizione di forze sociali, infatti, ha lanciato la campagna Right 2 Know (diritto a conoscere), che ha già tenuto le prime manifestazioni di protesta e sta rapidamente crescendo grazie alla diffusione virale sulla Rete e al sostegno pubblico dei principali mezzi di comunicazione del Paese.

Il comportamento dell’Anc, inoltre, è stato criticato duramente. I vertici del partito, infatti, avevano promesso che prima di presentare la legge ci sarebbero state consultazioni con l’opinione pubblica e con le associazioni della stampa. Nulla di tutto questo, invece, è avvenuto e il partito ha proseguito sulla sua strada, incurante delle preoccupazioni diffuse e delle accuse montanti.

Sull’intera vicenda, peraltro, pesa il forte sospetto che siano proprio i segreti di Zuma ad aver spinto l’Anc a sostenere con tanta convinzione il progetto di legge. Il presidente, infatti, è finito sotto inchiesta più volte per presunte tangenti legate a un traffico d’armi illegale. Di recente il suo portavoce Mac Maharj ha presentato una causa contro il giornale Mail and Guardian impedendo la pubblicazione di documenti che lo chiamerebbero in causa proprio per la vicenda del traffico d’armi, risalente al 1999.

di Joseph Zarlingo

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