La notizia corre sul filo” è un adagio ormai fin troppo abusato. Il metaforico “cavo” in questione si è trasformato dal tubo catodico a internet nel volgere dell’ultimo decennio. Solo più di recente, l’ultima frontiera delle notizie in diretta è passata ad essere rappresentata da Twitter, il più globale e apparentemente vitale dei social media (in Cina è proibito). E non c’è molto da sorprendersi: l’immediatezza che contraddistingue i tweet permette di dare in tempo reale il polso degli avvenimenti a cui si trova ad assistere, ci si trovi in piazza Tahrir, nel mezzo di una manifestazione di studenti o sullo scenario di guerra.

Il pregio della velocità si scontra, però, con un doppio dilemma. Come verificare l’attendibilità di notizie che chiunque può diffondere senza alcun passaggio editoriale, e quindi potrebbero rivelarsi delle bufale? E, in secondo luogo – posto che la carta stampata ha sempre più acquisito un ruolo di inchiesta, approfondimento e commento, piuttosto che semplice diffusione delle news – come salvare dall’estinzione le agenzie stampa, il cui primo ruolo è quello di lanciare notizie nel minor tempo possibile, se Twitter le brucia sul tempo?

Il dilemma ha un luogo di nascita, Zuccotti Park a New York, nel mezzo del movimento Occupy Wall Street, e un protagonista, Associated Press, inaspettatamente nel ruolo del cattivo. I dirigenti del colosso dell’informazione hanno messo in guardia i propri dipendenti, dopo che alcuni giornalisti avevano dato su Twitter la notizia dell’arresto di loro colleghi durante lo sgombero degli occupanti a Manhattan.

I regolamenti dell’agenzia stampa, divenuti sempre più rigidi da quando molte “ultim’ore” vengono diffuse attraverso i social media, recitano infatti: “Se avete un pezzo di interesse giornalistico, foto, video, che siano importanti, esclusivi o comunque abbastanza urgenti da essere considerati ultim’ore, siete pregati di archiviarli (come documento che deve essere considerato dalla redazione, ndr) prima di postarlo sui social media”.

Ben diversa è invece la posizione della Reuters, altro colosso mondiale della notizia, che per bocca del responsabile dei social media Anthony De Rosa sostiene che le agenzie stampa devono evolversi, se vogliono sopravvivere: “Nascondere la testa sotto la sabbia non aiuta. È semplicemente ridicolo far finta che Twitter (e chissà cosa altro diavolo esisterà tra qualche mese o tra cinque anni), non stia diventando sempre più frequentemente la fonte da cui i lettori si informano in tempo reale”.

Insomma, la querelle des anciennes et de modernes – gli uni preoccupati, gli altri ottimisti sul ruolo dei social media per la diffusione delle notizie –, è esplosa che più forte non poteva. Collocandosi agli antipodi di Ap, anche riguardo al ruolo dei reporter su Twitter, De Rosa non vede affatto nero. Ad esempio, l’uso personale, privato da un lato, e lavorativo e pubblico dall’altro, dei social media, potrebbe avere i suoi vantaggi. “Il fatto che un giornalista utilizzi queste piattaforme – scrive De Rosa sul blog della Reuters – gli dà la libertà di essere un normale essere umano, non un robot, una macchina da pubbliche relazioni, o uno schiavo delle regole redazionali”.

E poi, magari, oltre a far bene alla qualità dell’informazione, chissà che non giovi anche al giornalismo di domani.

Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2011