Wichita, Kansas, è una distesa senza fine di highways e case basse e tutte uguali. Il centro, vuoto e spettrale, ha due caffè e la stazione dei bus. Dominano, ovunque, chiese, di qualsiasi fede e confessione – battiste, episcopali, metodiste, cattoliche, evangeliche. Cartelli – con scritte come “Cristo è salvezza” e “Dio è tra noi” – accompagnano gli automobilisti fino alle soglie della città, dove inizia una pianura piatta e infinita dove non c’è nulla.

A Wichita Jennifer McCoy, ex-marine in Kuwait, aspetta il suo dodicesimo figlio. Nascerà in aprile. Jennifer vive in una casa povera. Il marito, camionista, è spesso lontano. Lei passa il tempo leggendo la Bibbia e girando le poche cliniche abortiste del Midwest. Chiede un test di gravidanza, entra in clinica e cerca di convincere le ragazze nella sala d’aspetto a non abortire. Anni fa è finita in galera per 24 mesi, dopo aver picchettato con eccessiva violenza una clinica. Dice che la sua è una missione, nata dopo essere stata costretta ad abortire. Aveva 16 anni, era stata stuprata dal suo professore.

E’ a Wichita che ha sede Operation Rescue, il gruppo di Troy Newman che in dieci anni è diventato la più potente organizzazione antiabortista d’America. I tempi dei picchettaggi fuori delle cliniche, ci dice Newman, “sono finiti”. Oggi la sua organizzazione porta le cliniche in tribunale, le denuncia per infrazioni minime, come il mancato rispetto del riciclaggio dei rifiuti. “Siamo riusciti a farne chiudere decine”, racconta. Newman offre un dato nazionale che va al di là dell’attività del suo stesso gruppo e spiega il trionfo degli antiabortisti d’America: “Vent’anni fa c’erano 2200 cliniche abortiste. Oggi sono 670”. Newman anticipa anche la sua prossima iniziativa: “un sito, con nomi, cognomi, foto, indirizzi dei medici abortisti d’America. Vergogna. Vergogna, è quello che devono provare”.

A Wichita vive anche Mark Geitzen, il presidente della “Kansas Coalition for Life”. Sua è l’idea di piazzare ogni giorno centinaia di croci davanti alla clinica di George Tiller, il medico ammazzato da un attivista anti-aborto nel 2009. Oggi Geitzen, che proclama di aver salvato 395 bambini, prepara la sua prossima, clamorosa iniziativa. Si chiama Heartbeat Legislation, dovrebbe proibire l’aborto non appena è avvertibile il battito del cuore del feto. Geitzen dice di avere l’appoggio del governatore repubblicano del Kansas, Sam Brownback, che nei mesi scorsi ha fatto passare una legge restrittiva del diritto all’interruzione di gravidanza. “Questo – conclude Geitzen – è il momento migliore per la nostra battaglia”.

L’aborto può non arrivare sulle prime pagine dei giornali nazionali, ma per questa gente, per milioni di persone che vivono nelle pianure e nelle città dello heartland d’America, l’aborto è davvero la questione dirimente che spinge a scegliere un candidato. Tutti gli sfidanti repubblicani alla presidenza hanno fatto sapere di essere saldamente pro-life. Anche chi, come Mitt Romney, era un tempo pro-choice, ha fatto rapidamente marcia indietro e proclama la sua fede anti-abortista. “Ma noi non gli crediamo, è un flip-flopper, un voltagabbana”, dice Troy Newman. Per Nicholas, 25 anni, disoccupato, altro attivista di Wichita, la questione dell’aborto sarà davvero fondamentale, il prossimo novembre. “Voterò il candidato cristiano che mi dà più garanzie – dice – voglio che i campi di concentramento, le cliniche abortiste, siano chiusi. Lì ci sono nazisti che praticano l’Olocausto. E, per me, Barack Obama è semplicemente l’Anticristo”.

“Gli attivisti anti-aborto sono stati molto bravi. E ora noi siamo sulla difensiva”, spiega Julie Burkhart, per anni collaboratrice del dottor Tiller. Il suo gruppo, Trust Women, ha raccolto un milione di dollari e sta per riaprire a Wichita una clinica che fornisca la possibilità di abortire. Dalla morte di Tiller, non ne esistono più, e le donne di Wichita devono viaggiare almeno 250 km per abortire. “La cosa più difficile – dice – è stata trovare un dottore disponibile. Dopo l’assassinio di Tiller, i medici hanno paura”. Il dottore è stato trovato, “ma non dico il suo nome, per ragioni di sicurezza”, continua la Burkhart, che però prevede “proteste, minacce, nuovi picchetti. Non ci lasceranno aprire la nostra clinica senza reagire”.

Ne sa qualcosa, di minacce e proteste, Mila Means, 58 anni, medico generico di Wichita. La Means è una signora mite e simpatica. Dopo la morte di Tiller, ha comprato le attrezzature del defunto medico e si è messa in testa di aprire una clinica dove praticare aborti. “Un po’ perché credo ai diritti delle donne. Un po’ perché era un servizio che mancava”. Da allora, la sua vita è cambiata. Alla Means è stato assegnato in permanenza un agente dell’FBI. Il compagno, armato di fucile, non la perde di vista un momento. La casa della donna è continuamente picchettata dai manifestanti. Le minacce di morte si moltiplicano. “Una donna mi ha scritto. Dice che la mia macchina, prima o poi, esploderà. Il giudice le ha dato ragione. Il Primo Emendamento le consente di esprimersi così”. Mila Means ha rinunciato intanto al suo progetto. “Meglio restare medico di famiglia. Non ne vale più la pena. Del resto, è un intero mondo che sta crollando”.

La Means ha ragione. Da nessuna parte forse come in questo angolo d’America risulta chiaro, lampante, quanto la rivoluzione conservatrice abbia cambiato il volto del Paese negli ultimi 30 anni. E abbia, in fondo, vinto. In cinque Stati – Missouri, North Dakota, South Dakota, Mississippi, Montana – esiste ormai una sola clinica capace di praticare aborti. “E stiamo combattendo per chiudere anche queste, e creare la prima zona abortion-free d’America”, spiega, raggiante, Troy Newman. La sua organizzazione, intanto, guarda lontano. In Maryland, per esempio, la prossima frontiera, dove c’è da chiudere la clinica del dottor Romeo Ferrer. E iniziare la battaglia per la conquista della East Coast.