Livelli di guardia di Claudio Magris, da pochi giorni in libreria, raccoglie scritti che invitano a riflettere seriamente sul pericolo che la corruzione politica e morale vigorosamente cresciuta negli ultimi dieci-quindici anni travalichi i pochi argini rimasti saldi e distrugga le istituzioni repubblicane come il fango che una decina di giorni fa ha devastato Genova. Sono note civili, come chiarisce il sottotitolo; ma non nel senso generico che trattano di problemi politici, sociali e di costume, ma in quello più specifico di considerazioni che indicano la via faticosa per avere in Italia una vera vita civile, vale a dire rispetto della Costituzione, delle leggi e dei doveri dei cittadini. Il primo punto della “ricetta Magris” è rendersi conto che i principi etici e del diritto – appunto perché sono princìpi – vengono prima di altre considerazioni quali l’interesse, o l’opportunità, o la paura.

Il suo bersaglio polemico è il luogo comune – vero e proprio baluardo dell’ideologia pubblica e privata degli italiani – che dei principi possiamo allegramente fregarcene. A proposito della tesi illustrata da Angelo Panebianco, che “i princìpi servono solo se si resta vivi”, Magris osserva giustamente che “accade talvolta di restare vivi perché qualcuno, in nome di quei princìpi, muore, per difendere chi è minacciato”, e aggiunge che “la vita è certo un valore, ma non è detto sia il valore supremo; gli antichi ammonivano a non perdere, per amore della vita, per sopravvivere a ogni costo, le sue ragioni e il suo significato. […] Chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi è disposto a perderla la salverà, sta scritto nel Vangelo, testo non certo incline alle trombonate”.

Porre i principi al secondo posto, e la vita al primo, passa in Italia come massima di raffinato realismo politico. In realtà è un realismo miserabile, per l’evidente ragione che i principi sono spesso tanto reali, come forza che spinge all’azione, quanto gli interessi, e a volte più degli interessi. Ed è in realtà il modo di pensare dei servi. Deridere i princìpi, e non averne alcuno, è infatti il tratto caratteristico di chi vive obbedendo alla volontà di un altro. Questa italica abitudine a scambiare la mentalità servile per realismo è una delle cause principali della nostra inettitudine a difendere la libertà politica e a lasciarci dominare. Fino a quando non lo capiremo resteremo una Repubblica sempre in pericolo di essere soffocata dalla corruzione.

La seconda perla di saggezza, fra le tante, che il libro offre è l’Elogio del saper punire. Con tono pacato e bonaria ironia, Magris spiega che nelle scuole italiane è diventato quasi impossibile punire gli studenti che si rendono responsabili di atti vandalici, impediscono il regolare svolgimento delle lezioni, tormentano e umiliano compagni e compagne deboli o troppo buoni. L’insegnante che osa infliggere sanzioni anche ragionevoli e garbate deve affrontare torme di sociologi, psicologi, pedagogisti, per non parlare dei genitori, che gridano alla persecuzione che offende la personalità del trasgressore. “Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare – scrive giustamente Magris – e vedere traumi in ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti inducendoli a infischiarsene dell’insegnamento e a lasciare che tutti gli alunni telefonino con i cellulari durante le lezioni senza imparare nulla, per non incorrere in grane penose”. Avrebbe potuto aggiungere che una scuola che non sa punire forma la figura mostruosa del giovane tiranno, vale a dire la persona che ritiene che tutto gli sia lecito e rifiuta di riconoscere qualsiasi legittimo limite alla propria volontà di potenza.

La terza lezione di vita civile che possiamo trarre dal lavoro di Magris è l’ammonimento a indignarci sempre e subito contro ogni offesa alla dignità umana e ad abbandonare la folle abitudine a lasciar correre. L’Olocausto è avvenuto anche perché molti, ebrei e non, si illusero che “ogni stadio fosse l’ultimo gradino della violenza e delle discriminazioni inducendo così a un quietismo rassegnato nei confronti di quello che ci si illudeva fosse un male minore”. Se lasciamo che la violenza e la corruzione dilaghino (per continuare a usare metafore dell’alluvione), solo individui di grande coraggio, dei veri e propri eroi, sono in grado di opporsi. E spesso non ce ne sono, o non ce ne sono abbastanza. Per questo è assolutamente vitale, se vogliamo vivere liberi, coltivare la memoria non come culto del passato, ma consapevolezza dell’eterno presente: “La memoria guarda avanti; si porta con sé il passato, ma per salvarlo, come si raccolgono i feriti e i caduti rimasti indietro, per por-tarlo in quella patria, in quella casa natale che ognuno […] crede nella sua nostalgia di vedere nell’infanzia e che si trova invece in un futuro liberato, alla fine del viaggio”.

Come ogni etica civile che si rispetti, anche quella di Magris è sostenuta da un sentimento religioso che mi pare si fondi sull’idea che “la vita è sempre sacra” e che è dunque insensato credere siamo proprietari della nostra vita così come siamo proprietari di un’automobile che possiamo vendere o gettare fra i rottami a nostro piacimento. L’opposto dell’idea della vita come oggetto è l’idea della vita come missione al servizio di un principio, di un ideale. Fra gli ideali che Magris indica, senza fanfare, c’è quello del rispetto dell’altro, anche per il nemico, anche per l’avversario che vogliamo sconfitto e reso innocuo. Nessuna buona Repubblica è mai nata, o rinata, dimenticando il rispetto per l’altro.