L’espressione “percorso artistico”, vi confesso, mi è sempre piaciuta: quando sei giovane hai tante strade che puoi scegliere di percorrere, e chi è più fortunato riesce a prendere quella a sé più congeniale. Scegliere un percorso artistico in ambito musicale è un rischio, ma se si hanno le capacità, il talento, la voglia e la rabbia necessari, ti permette di procedere diritto, senza doversi spostare mai troppo da quel percorso e quindi si hanno meno probabilità di perdersi. Oggi, riprendiamo il nostro viaggio all’interno della musica indipendente e andiamo a conoscere uno che il proprio percorso artistico l’ha intrapreso già da un pezzo.

Alberto Arcangeli è un cantautore marchigiano, con chiare ed evidenti influenze British e Pop Down The Rabbit Hole è il suo secondo album. Scritto interamente in inglese perché “sotto certi versi, è stata una liberazione, altre canzoni che avevo ‘ferme’ da tempo si sono subito sbloccate e ora sono fra le mie preferite. Oltre a ciò, mi piaceva l’idea di fare qualcosa che poteva essere ascoltato ovunque, e non solo in Italia”, probabilmente se avesse un nome anglofono, avrebbe avuto maggiore successo e celebrità.

Il suo album è davvero pregevole, di classe, con influenze che spaziano dal blur Damon Albarn ai Beatles, dalla psichedelia dei Pink Floyd nella fase “sydbarrettiana”, al pop raffinato dei Badly Drawn Boy. Insomma, una bella commistione di generi… Bella anche la scelta stilistica dell’album. Quando gli chiedo di chi sia il progetto grafico gli si illuminano gli occhi: “I disegni sono di mio padre Massimo mentre la realizzazione grafica è di mia sorella Maddalena. Stesso team ‘di famiglia’ di Dreamsongs, il primo album. Al di là del coniglio che fa riferimento al titolo, le immagini non hanno un significato preciso. Non sono solito analizzare la musica, e l’arte in generale, nel dettaglio. Sono sempre stato interessato più alla sensibilità complessiva che un’opera esprime. In questo senso, mi pare che la musica di Pop Down the Rabbit Hole e quelle immagini stiano bene insieme, e rendano l’idea di un invito a “tuffarsi nella tana del coniglio” per una mezz’ora circa, la durata del Cd. Chissà, magari mio padre non è d’accordo, un significato lo hanno eccome, ma io lo ignoro…”.

L’ascolto di Pop Down the Rabbit Hole trasporta con le sue sonorità nel Regno Unito… Di solito si comincia emulando altre band, altri artisti… Quali sono stati i tuoi di riferimento?
Devo dire che alcuni artisti come i Beatles e in generale il rock classico, è inevitabile che si colgano fra le mie influenze, li ho ascoltati sin da piccolissimo (il primo album dei Beatles l’ho acquistato a nove anni), e in un certo senso fanno parte di me. Però, non mi pongo mai l’obiettivo di assomigliare e/o imitare qualcuno, soprattutto quando scrivo una canzone. Invece, adoro le citazioni nei testi e negli arrangiamenti e credo che sia inevitabile, se non salutare, che nella musica vi siano continui rimandi a qualcos’altro. Così, ad esempio, il grillo di Dream Song si chiama Gerald, come il topolino di Bike di Syd Barrett, e la batteria della reprise di Wheels and Love è chiaramente ispirata al suono che aveva Ringo Starr nel ’67. Detto questo, ascolto di tutto e potrei citare come artista di riferimento Thelonious Monk, così come i Beach Boys o i Cars, i King Krimson o Fabrizio De André

Che scrittore di canzoni sei e qual è il tuo metodo? Nascono prima le musiche o i testi?
Eh, magari avessi un metodo… le canzoni vengono quando pare a loro e, soprattutto, come pare a loro. Non riesco a scrivere ‘a comando’ e per questo ho sempre con me un registratorino (o il palmare) per fermare eventuali idee, nel momento in cui si presentano. In seguito, cerco di costruire attorno a queste idee una vera e propria canzone. In genere, la parte ‘costruita’ è sempre quella che mi piace meno ma, stranamente, questo raramente coincide col giudizio altrui, per cui ho il fondato dubbio di essere l’unico a sentire la differenza. Il che forse è un bene. Comunque, scrivo sempre prima la musica. Le parole arrivano molto lentamente, anche perché sono molto pignolo coi testi. Quando finisco di scrivere un testo di solito la canzone è già registrata e pronta per il mixaggio.

Ho letto che un tuo video è stato addirittura premiato in Brasile… come sei arrivato fin laggiù?
Ho contattato Massimo Ottoni, per proporgli di realizzare il video di Wheels and Love, perché sapevo che non avrebbe realizzato il classico ‘video musicale’, una semplice appendice alla musica, ma un’opera d’arte, capace di vivere di vita propria. Per questo, è stato naturale per entrambi pensare a degli utilizzi ulteriori di questo lavoro e partecipare al Festival di animazione Anima Mundi, che si tiene in Brasile, ed è uno dei principali festival di animazione al mondo. Alla fine, con sorpresa, abbiamo vinto il premio della critica (o meglio, dovrei dire che Massimo ha vinto. L’animazione è sua, io ho solo fatto la musica). Ora stiamo partecipando al Festival coreano Animpact che ogni anni realizza una sorta di spareggio fra i vincitori dei dieci principali festival internazionali di animazione.

Mi dici quali sono le tue impressioni riguardo al panorama indie italiano?
Viviamo in un paese in cui non esiste un’industria discografica, figuriamoci se può esisterne una indie. Esistono solo organizzazioni che stampano dischi e che danno in outsourcing all’esterno, principalmente alla televisione, tutto il lavoro che una industria, di norma, dovrebbe svolgere: l’investimento, la ricerca, il marketing, ecc… Piuttosto, esistono tanti musicisti che mettono in circolazione la propria musica, con o senza il supporto di piccole etichette. Devo dire che ho trovato degli autori bravissimi, ma anche tante cose scadenti. D’altronde, è talmente facile mettere a disposizione la propria musica, grazie a internet e la possibilità di creare buoni prodotti senza l’ausilio di grossi studi di registrazione, che è ovvio che occorra fare una scrematura. Su questo, concordo con Nicola Piovani quando dice che, in Italia, più che formare buoni musicisti, occorrerebbe concentrarsi sul formare buoni ascoltatori. Sarebbe di grande aiuto per la musica italiana, indie e no.

E per chi volesse avere maggiori informazioni su Alberto Arcangeli, basta andare sul suo sito ufficiale. Per chi invece desidera farsi conoscere e condividere la propria musica e le proprie passioni, non esitate a contattarmi all’indirizzo email: prinaldis@gmail.com
Questo blog è per voi. Come sempre… Vive le Rock!