“Qui si rifà l’Italia!” è il titolo (se ricordo bene) di una parte dell’esposizione alle ex Officine Grandi Riparazioni (Ogr) di Torino. Si tratta di una delle iniziative per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia organizzate a Torino, prima capitale dell’allora Regno.

Ho approfittato del ponte dei Santi per tornare a Torino e – tra le altre cose – visitare le Ogr. Per chi non lo sapesse alle Ogr una volta si riparavano i treni, per cui l’edificio è piuttosto imponente e i soffitti altissimi. Neanche a dirlo, fa un freddo cane.

Però le diverse parti dell’esposizione sono fatte bene, interessanti per piccoli e grandi e – al netto di una certa pomposità nazionalistica probabilmente impercettibile ai non espatriati – il recupero di questa ex area industriale è sicuramente da elogiare.

A me la cosa che è piaciuta di più è che gli organizzatori, senza volerlo, hanno creato una gigantesca metafora del Paese oggi.

Facendo quello che si fa quando si visita una mostra, cioè guardando quello che è esposto, si vedono pannelli luccicanti, schermi trasparenti, sipari mobili, tecnologie più o meno innovative, decine e decine di schermi piatti di varie dimensioni, insomma una mostra di un certo livello tecnologico/scenografico oltre che culturale.

Guardando oltre, o meglio, o semplicemente in alto, si nota l’edificio: imponente appunto, e bello nella sua gloria decaduta, ma soprattutto non adatto – perché non reso tale – ad ospitare la mostra. Dietro ai pannelli luccicanti i muri sono scrostati come probabilmente lo sono rimasti per anni. Le enormi finestre hanno giusto ottenuto uno spruzzo di schiuma isolante (a vista) per chiudere gli spifferi più grandi. Il tetto non regge la pioggia incessante dei primi giorni di novembre, e ne lascia passare una certa quantità in diversi punti del percorso.

Ci spostiamo nella sezione sull’innovazione, sul futuro. Una ‘stazione’ parla di come le case del futuro saranno ecologiche e risparmieranno (o addirittura produrranno) energia; leggiamo il messaggio battendo i denti per un edificio immenso scaldato alla meglio. Un’altra ‘stazione’ magnifica la digitalizzazione dello Stivale, mentre pannelli luminosi ci sparano dati sui kg di pasta consumati nelle ultime ore, i nati e morti della giornata e altre amenità. Leggiamo stupiti a fianco di un aereo solare la cui coda è coperta da un telo per ripararlo dalla fontana che, dal tetto, si rovescia proprio sul povero velivolo innovativo. Un’addetta alle pulizie stancamente spalma la pozzanghera sotto l’aereo, non si capisce bene a quale fine.

Quando si cercano i bagni, si scopre che non ce ne sono. Ovvero, nessuno ha pensato di aggiungerli all’edificio. Sono fuori, alla pioggia, prefabbricati e in gran parte guasti.

Prima di rimetterci in cammino verso la macchina (ovviamente niente parcheggio annesso alle Ogr) facciamo pranzo ed ecco l’apoteosi della metafora.

Il ristorante è, in effetti, pieno.

Ma possibile che nessuno abbia pensato alle riforme strutturali?

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