In questo drammatico momento per l’economia nazionale credo si debba andare a scavare – certamente prima che nelle pensioni o di intaccare i servizi essenziali – nei meandri delle categorie più pagate nelle amministrazioni italiane. Tra queste vi è senza dubbio l’Avvocatura di Stato, l’ente deputato a difendere lo Stato e altre amministrazioni.

Non tutti sanno che gli Avvocati di Stato prendono, oltre a uno stipendio eguale a quello dei magistrati (che sarebbe già di per sé sufficiente), anche una quota variabile (c.d. propine), che si somma allo stipendio, e che consente di “arrotondare” il salario di qualche decina di migliaia di euro ogni anno. Tali propine derivano dalla divisione tra gli avvocati dello Stato dei compensi ricevuti per le cause vinte e che ben potrebbero essere restituiti alle amministrazioni, visto che sono assistite da dipendenti già salariati. Un privilegio quindi, quello previsto per i legali dell’”azienda-Italia”, che nessun legale interno a qualsivoglia azienda privata si sognerebbe di richiedere.

Ma è proprio necessario pagare anche questi soldi? O sono forse possibili dei tagli, con buona pace delle disastrate casse dello Stato?

A mio avviso le propine costituiscono, in questa situazione, uno dei tagli necessari e prioritari nei costi delle amministrazioni. Ciò è ancor più evidente se si considera che gli avvocati dello Stato, a differenza di quelli del libero foro, non devono sostenere alcuna spesa per la gestione dell’ufficio, il quale è ovviamente a spese del contribuente, e sono tutelati in caso di malattia, in quanto pubblici dipendenti (il libero professionista, come noto, se non lavora non guadagna). A ciò si aggiungano anche gli incarichi extragiudiziari che vengono di volta in volta autorizzati – in aggiunta – ai singoli avvocati, e che sono ovviamente pagati a parte dalle varie amministrazioni che offrono il “doppio lavoro”.

È ancora ammissibile tutto ciò?

Si potrebbe obiettare che le propine servono a “motivare” questi dipendenti pubblici che svolgono le funzioni di assistenza e difesa legale, riconoscendo loro, in qualche modo, i risultati ottenuti, ove positivi. Ma, anche se fosse così, è proprio necessario che siano corrisposte per intero? O piuttosto non sarebbe sufficiente, se proprio si vuole dare un incentivo, una quota del 5-10% rispetto alle attuali somme? Non si deve dimenticare, infatti, che si tratta pur sempre di dipendenti pubblici, il cui dovere deontologico impone di lavorare in un certo modo e che, in caso di scarsa produttività o negligenza, sono sanzionabili disciplinarmente.

Ed allora, non sarebbe il caso di pretendere che anche gli avvocati di Stato – e ben prima di altre categorie più deboli – si facciano carico di questo sacrificio per aiutare il Paese in questo difficile momento?