L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata l’espace d’un matin, come la rosa del poeta. Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe. Il differenziale di tasso rispetto a quello tedesco è balzato a 452 punti (4,52 punti percentuali). Per rinnovare i nostri debiti paghiamo il triplo della Germania e il doppio della Francia. È la prova definitiva del fatto che l’Italia ha perso la fiducia dei mercati.

L’Italia è così costretta a ricevere ultimatum tanto pressanti quanto umilianti. Dai problemi di oggi si esce o innestando la marcia dello sviluppo economico o tagliando senza pietà le spese pubbliche per ridurre il debito. Se non riusciamo ad imboccare la prima strada, ci spingono sulla seconda e comunque in Italia qualcuno apprezza che ciò comporti anche una bella botta ai diritti sindacali. L’abolizione dell’articolo 18 è come un diamante per una fanciulla: un regalo per sempre. A questo bivio siamo arrivati con un progressivo smottamento da inizio anno scandito dai downgrading del Paese e dall’aumento degli spread: quello a due anni, già prima delle ultime giornate di fuoco era aumentato di 183 punti base rispetto a dicembre scorso; per la Spagna l’aumento è stato di soli 70 punti base. È la misura più lampante della differenza con cui oggi i mercati guardano al nostro Paese: è quello che ci costa l’agonia del governo.

Fra le vittime di questa situazione ci sono anche le banche, cui l’autorità bancaria europea (Eba) oggi chiede di aumentare i capitali (per le prime 5 italiane si tratta di 15 miliardi su un totale di 106 per le principali 70 dell’Unione). Un importo indispensabile per garantire un flusso adeguato di crediti all’economia.

Lunedì i principali banchieri italiani hanno chiesto una sostanziale riduzione degli obblighi di capitale imposti dall’Europa, ma è difficile che le loro richieste arrivino a Bruxelles, perché nessuno oggi è disposto a fare sconti all’Italia. Ma soprattutto dovrebbero capire che stanno chiedendo soccorso a chi è la causa dei loro principali problemi, che derivano in larga misura proprio dalla spirale perversa degli spread. Per le banche infatti questi aumenti di tassi sono dannosi quanto per le casse statali. Da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading. Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico.

In termini pugilistici, un uno-due micidiale. Solo per le banche oggetto della richiesta dell’Eba, il primo effetto comporta maggiori esigenze di capitale per quasi 9 miliardi per ogni 100 punti base di spread. Basterebbe cioè oggi essere fra 300 e 350 punti (che sarebbe comunque il doppio di dicembre) per ridurre di due terzi l’onere che viene imposto dall’Europa e renderlo ben più tollerabile. E poi ci sono i maggiori costi di raccolta: le 5 banche hanno rinnovato titoli per 94 miliardi nel corso del 2011: ogni punto percentuale di maggior tasso è dunque costato quasi un miliardo. Per la raccolta interbancaria, 65 miliardi, l’incremento dei costi è attenuato dalle condizioni di favore della Bce, ma vale comunque qualche centinaio di milioni. In totale, un aumento dei costi di 1,2 miliardi significherebbe il 14% dei profitti lordi prima delle tasse del 2010 e dunque una sostanziale riduzione della capacità di aumentare i capitali accantonando utili futuri. E ci meravigliamo se in borsa i titoli bancari scendono?

Insomma: ogni 100 punti base di spread comportano per le banche un salasso di 9 miliardi in termini patrimoniali e 1,2 di riduzione dei profitti lordi. Ed è ragionevole ipotizzare che la debolezza delle risposte italiane alla crisi vale almeno tanto, che è comunque meno del differenziale che si è aperto rispetto alla Spagna. Ma cosa è questa se non la misura della “tassa Berlusconi”, la nuova versione della “Robin tax” che all’inizio del suo mandato il ministro Tremonti, quello che aveva previsto la crisi, proponeva di far pagare alle banche? Altro che chiedere al governo di essere protette a Bruxelles; le banche dovrebbero limitarsi ad una sola parola: vattene.

Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2011