Nella lista dei ricercati il più longevo è lui. Si è dato alla macchia 27 anni fa, ma i riflettori restano spenti sulla sua fuga. Lo chiamano l’ingegnere, per i modi dotti, oppure o’ colier per aver omaggiato la moglie del suo capo con un girocollo da 50 milioni di vecchie lire. Pasquale Scotti, da Casoria, provincia di Napoli è tranquillo perché diverse fonti lo indicano vivo e attento ai suoi affari, in una nuova veste di imprenditore che lo vede protagonista sulla piazza di Milano attraverso un personaggio già emerso in un’indagine di ‘ndrangheta. Eppure sulla sua figura il mistero resta fitto visto che di tanto in tanto rimbalzano voci sulla sua possibile morte, l’ultima di un pentito della ‘ndrangheta Franco Pino.

Di certo la polizia di Stato ha diramato un nuovo identikit del latitante e chiarito: “I suoi legami con la sua terra d’origine e con i suoi familiari sono però stati accertati attraverso diversi indizi”. La sua latitanza inizia nel 1984 quando scappa dall’ospedale di Caserta dove è ricoverato dopo l’inizio della sua collaborazione, fittizia e finalizzata alla fuga. Scotti, secondo la magistratura, è un killer spietato al servizio di Raffaele Cutolo, o professore vesuviano, il suo fedelissmo. E’ capace con le armi, ma è anche una mente raffinata.

Oggi con una faccia ritoccata sarebbe impegnato nel settore dei videogiochi e nell’attività imprenditoriale attraverso una rete di vecchi amici e nuove alleanze. Amici come Mauro Russo (non indagato) che emerge da un’informativa della squadra mobile di Napoli. Il suo nome sta agli atti dell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al nord. Secondo quando si legge nel documento, Russo è vicino a Scotti, tanto da “averne curato gli interessi”. Mauro Russo, originario di Casoria, da anni ormai si è trasferito a Milano. Di più: oltre ad avere collegamenti con Scotti, incrocia gli interessi con la ‘ndrina Valle e con i Moccia, egemoni ad Afragola, in provincia di Napoli. Famiglia criminale quest’ultima che ha perseguito la linea della dissociazione, ma nessun pentimento. Russo è anche lui nato e cresciuto nel contesto criminale che vede Scotti spadroneggiare. Il casellario di questo campano, oggi perfettamente integrato nel sistema imprenditoriale lombardo, racconta di precedenti per associazione mafiosa e condanne per estorsione e associazione a delinquere. Tutte vicende risalenti agli anni ’80. Epoca prima dominata dai cutoliani e poi, dopo il tramonto di Cutolo, dalla nuova famiglia.

La chiave quella dei rapporti tra Scotti e Russo viene fornita dal collaboratore di giustizia Michele Froncillo (pentitosi nel 2007), ai vertici del clan Belforte, egemone nell’area casertana che ha spiegato l’interessamento al settore del gioco del gruppo criminale di appartenenza proprio attraverso l’intercessione del solito Mauro Russo che vanta contatti anche con i cutoliani presenti in Germania, dove Scotti in passato si sarebbe nascosto. Tra i contatti di Russo emergono quelli con Angelo Moccia, uomo di vertice dell’omonimo clan, confinato in carcere a Voghera. Rapporti mediati da Giuseppe De Luca (non indagato), imprenditore edile, un passato tra i cutoliani poi legato proprio ai Moccia di Afragola. De Luca si sente con Russo da un cellulare intestato alla Del Gap Costruzioni, società con lavori e appalti in tutta Italia. La Del Gap è stata destinataria anche di informativa antimafia ‘atipica’, annullata dal Consiglio di Stato, nell’aprile 2010. La sentenza sostiene che la proprietà è del figlio di De Luca e della madre. E dunque le parentele non sono sufficienti a comprovare il rischio condizionamento.

Giuseppe De Luca, già condannato per camorra negli anni ’80, è cognato proprio di Angelo Moccia. Crocevia di questi rapporti criminali è proprio Mauro Russo, esperto di primo livello nella gestione e nella fabbricazione di macchine mangiasoldi. La Gr games, a lui riconducibile, ha sede ad Arzano, territorio dei Moccia, ma anche un capannone a Trezzano sul Naviglio, paese di quell’hinterland a sud di Milano da anni infiltrato dalla criminalità organizzata. Insomma Scotti avrebbe attraverso Russo ed altri soggetti riannodato le fila dei rapporti e investito il suo ingente patrimonio nel settore remunerativo dei giochi.

Una triangolazione criminale che trova conferme. I Belforte, in particolare i fratelli Domenico e Salvatore sono cutoliani di ferro negli anni di dominio del professore vesuviano. Alcuni investigatori forniscono un ulteriore dettaglio. Tra le carte delle inchieste sui Belforte, ci sarebbe un’intercettazione tra il boss Pino Buttone e una donna, la quale all’ennesima richiesta su uno yacht da assicurare risponde: “ Ma quello è latitante da 30 anni”.

Il riferimento, sostengono gli investigatori, potrebbe essere proprio a Pasquale Scotti.  Ma Scotti resta un fantasma, che ricompare sul manifesto funebre del fratello Giuseppe. “ Un’informatore  – racconta un altro inquirente – ma un informatore ci ha spiegato che partecipò anche ai funerali vestito da prete, a Casoria vive anche l’anziana madre”. Pasquale Scotti ha anche una sorella, estranea alle vicende di camorra, impegnata nel settore dei laboratori sanitari, il marito è medico nell’ospedale casertano noto per la fuga del boss. Il nipote del latitante, Pietro Scotti, figlio del fratello Giuseppe, ha ereditato le aziende del padre, impegnate nel settore delle costruzioni.

L’amore per la famiglia ha spesso tradito i boss. Non sembra il caso di Pasquale o ‘colier. Ma a spiegare la latitanza del boss c’è anche altro come i segreti che Scotti custodisce. Il passato del latitante si lega con la vicenda della liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore democristiano rapito dalle Br nel 1981 e liberato grazie all’intercessione di Cutolo. Scotti sa molto di quel passato di rapporti con pezzi dello stato e con agenti dei servizi segreti: “ Non è escluso – ci racconta un altro inquirente – che ne favoriscano la latitanza”.

Camorra e politica. Tra gli ultimi a vedere Scotti c’è stato Luigi Cesaro, nessuna omonimia, si tratta dell’attuale presidente della provincia di Napoli. Oggi Cesaro è con l’amico Cosentino un pezzo importante del Pdl campano, ma negli anni ’80 si vedeva con gli uomini della camorra. Cesaro in primo grado fu condannato a 5 anni per i suoi rapporti con i cutoliani, faceva anche da postino, portava i pizzini del clan. Cesarò è stato poi assolto, da postino. Dopodiché Gigino a purpetta, questo il suo soprannome, diviene vittima dell’estorsore Scotti, ma, come spiegherà ai giudici, incontra o’ colier, allora latitante, per consegnargli un bigliettino di Rosetta Cutolo. Da allora o’ colier è imprendibile.