Grandi imprese di costruzioni, dirigenti Anas, progettisti, manager: attenzione. Per tutti voi d’ora in avanti sarà un po’ meno facile menare il can per l’aia con i lavori iniziati e mai finiti che succhiano soldi pubblici a tutto spiano, impoveriscono lo Stato e danneggiano i cittadini. Per tutti voi sarà un po’ più rischioso nascondervi dietro norme e codicilli scaricandovi l’un con l’altro il barile della responsabilità, senza pagare mai dazio. Al termine di un’indagine affidata al gruppo per la tutela della spesa della Finanza di Roma sui lavori infiniti per la costruzione dei quattro chilometri della statale del lago di Como, la via di cui un anno fa si occupò il Fatto definendola la “strada dei furbetti”, il vice procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, Massimo Minerva, ha avviato una procedura per ottenere un maxi risarcimento danni: oltre 56 milioni di euro da 14 soggetti a vario titolo ritenuti responsabili dello sperpero.

La richiesta si basa su un principio elementare: chi sbaglia paga e risarcisce la collettività danneggiata. E non metaforicamente, ma mettendosi le mani in tasca. Che di errori nella progettazione e poi nell’esecuzione dei lavori per la statale del lago di Como ne siano stati fatti è indubitabile, così come è fuori discussione che i danni per l’erario siano ingenti. Per quei 4 chilometri di asfalto non ancora finiti dopo 10 anni e affidati con una gara all’Impregilo della triade Benetton-Gavio-Ligresti, lo Stato fino ad oggi ha pagato la bellezza di circa 230 milioni di euro, cioè quasi 60 milioni a chilometro, molto più del doppio dell’importo preventivato all’inizio dei lavori. Secondo le ultime previsioni ufficiali la statale lombarda forse sarà pronta alla fine del 2013 e quindi per completarla lo Stato dovrà tirar fuori altri quattrini. Se il taglio del nastro dovesse avvenire davvero a quella data, significherà che i lavori avranno proceduto allo stratosferico ritmo medio di 36 centimetri all’anno, quanto due mattonelle di casa. Neanche al tempo dei faraoni. Tra i soggetti a cui la Corte dei conti chiede il risarcimento non ci sono, però, il presidente e i consiglieri Anas. E la scelta è abbastanza sorprendente se si considera che 10 anni fa il progetto della Statale del lago di Como fu valutato, approvato e deliberato dai quattro consiglieri di amministrazione di allora, più il presidente Vincenzo Pozzi, sotto gli occhi del collegio sindacale e la vigilanza del magistrato della stessa Corte dei conti nell’azienda delle strade.

E se si pensa, inoltre, che anche i nuovi vertici Anas, a cominciare dal presidente, Pietro Ciucci, hanno preso decisioni importanti e opinabili per la Statale 36, come quella risalente al 2008 del pagamento senza batter ciglio di oltre 50 milioni di euro di danni all’Impregilo in seguito ad un lodo arbitrale che addossava la responsabilità all’Anas per gli incredibili ritardi accumulati. In quell’occasione Impregilo era rappresentata da Alberto Linguiti, figlio di Aldo, vice avvocato generale dello Stato. Il risarcimento maggiore, il 60 per cento del totale, cioè 33 milioni e 680 mila euro, i magistrati contabili lo chiedono alla società Bonifica. Il motivo è semplice: furono i tecnici di Bonifica a preparare il progetto di quella strada, un elaborato in teoria banale, in una zona senza particolari problemi idrogeologici. In pratica, però, quel piano si è rivelato un disastro, con una sequela di errori da dilettanti allo sbaraglio.

Amministratore di Bonifica era Massimo Averardi che forse per ricompensa per quel progetto colabrodo qualche tempo dopo fu assunto dall’Anas con l’incarico di direttore della progettazione. Nel progetto della Statale 36 non furono indicati, per esempio, decine e decine di quelli che in termine tecnico si chiamano i sottoservizi, cioè le condutture e le reti di luce, gas e acqua. Con il risultato che, non sapendo che cosa esattamente andavano a scavare, ruspisti e operai si imbattevano in continuazione in “imprevisti” che in realtà non avrebbero dovuto essere tali. Un enorme tubo della rete Snam del diametro di 2 metri, cioè una delle dorsali principali italiane del gas, nel progetto di Bonifica, tanto per citare un caso, era indicato come un tubetto di 20 centimetri. E decine e decine di aree su cui doveva passare il tracciato della strada nella realtà non erano disponibili, cioè non era stato preso alcun accordo preventivo con i proprietari, o addirittura quelle superfici erano state ignorate con stravaganza dal progettista.

Quando gli errori di progettazione comportano un aumento di spesa complessiva superiore del 20 per cento rispetto all’importo fissato al momento della gara, per legge bisogna buttare tutto all’aria, rifare il progetto e ricominciare da capo. La Statale 36 si trovava abbondantemente in questa situazione, tanto che diversi dirigenti Anas, compresi alcuni di quelli oggi chiamati a risarcire i danni, suggerirono questa soluzione drastica ai vertici aziendali per evitare ulteriori guai. Che, infatti, si sono puntualmente verificati. Ma i vertici Anas si impuntarono e chissà perché decisero che i lavori dovevano proseguire (si fa per dire, naturalmente). L’unica cosa che è andata spedita sono stati invece i contenziosi, le penali, le varianti e gli arbitrati. I quattro chilometri della statale del lago di Como sono tuttora incompiuti, esempio mondiale di come non si deve costruire.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre 2011