Poco importa che a firmare a luglio l’ordine di custodia cautelare per Marco Milanese fosse stato il gip di Napoli Amalia Primavera, e cioè lo stesso giudice acclamato come salvatore del presidente del Consiglio dal “trappolone” dei “pm d’assalto partenopei”; e solo per aver individuato a Roma la competenza sulla presunta estorsione di Tarantini e Lavitola a Berlusconi, ed aver respinto l’istanza dei colleghi napoletani.

Alla camera è andato in scena ancora una volta il penoso e miserevole copione del no all’arresto, nonostante la mole probatoria avallata dalla Gip che ha dato prova di terzietà. Dietro il velo ipocrita e illegittimo del fumus persecutionis agitato dal sempre zelante e provvidenziale on. Maurizio Paniz e, seppure con soli sette voti di scarto è prevalso il richiamo della foresta all’impunità garantita, senza se e senza ma.

Totalmente incurante del livello di insofferenza del paese per i privilegi e gli abusi di una casta che ha portato l’Italia oltre i limiti della vergogna e del ridicolo a livello planetario, una maggioranza raccolta con i metodi noti e notevolmente difforme da quella uscita dalle urne continua a imporre la legge della prevaricazione per garantirsi una sopravvivenza ad horas.

Per tentare di alimentare un clima di confusione sul presunto conflitto permanente tra politica e magistratura, come se si trattasse di una lotta senza regole dove tutti sono sullo stesso piano e si combattono per motivi di pura visibilità e conquista del potere, si sono più che mai allertati i collaudati “consiglieri del principe” in caduta libera, tra cui si erge la mole inconfondibile di Giuliano Ferrara, con al seguito epigoni molto “terzisti”.

Da quando la procura di Napoli ha osato convocare Berlusconi come teste per chiarire le sue copiose dazioni di denaro a Tarantini, deposizioni utili anche ai fini dell’accertamento della competenza, tutt’altro che acclarata e pacifica, è stato un crescendo di attacchi forsennati ai pm “d’assalto” di Napoli. Un manipolo di “rampanti” che si sentirebbe investito di una “super-competenza nazionale”, rei di portare avanti una persecuzione giudiziaria continua contro i potenti, e nella fattispecie contro il presidente del Consiglio, per finalità “eversive”, mirate alla visibilità e alla popolarità.

Se Giuliano Ferrara ha rinnovato con lo slancio della disperazione la crociata contro “il partito dei giudici” che si vuole sostituire “all’eletto dal popolo”, un Bruno Vespa furioso ha tuonato che “non si può andare avanti così” con un pm che si sveglia la mattina, e da qualsiasi parte d’Italia apre un’inchiesta, magari, nei confronti di Berlusconi.

Naturalmente per questi signori (analogamente che per i rappresentanti di quella casta di impresentabili di cui vorrebbero garantire la sopravvivenza) principi costituzionali e giuridici come obbligatorietà dell’azione penale, giurisdizione come potere diffuso, notitia criminis, competenza territoriale secondo le norme previste dal codice di procedura penale vigente, sono cose di ben poco conto, rispetto al mantenimento del potere con ogni mezzo.

Sulle pagine del Corriere a cui è approdato dopo la stagione del Riformista, orfano di lettori ora come allora, Antonio Polito in equilibrio bipartisan da fine regime si è superato sintetizzando tutto l’armamentario degli azzeccagarbugli governativi: dal “sistema a strascico” alla “Napoli capitale di una nuova generazione di pm d’assalto”; dall’esultanza per il trasferimento dell’indagine a Roma al monito che “la Giustizia non è un reportage giornalistico”. Nemmeno velate le accuse ai magistrati napoletani di aver fatto circolare intercettazioni “di grande effetto politico e mediatico” ovviamente per screditare il premier e di volerlo ascoltare al solo fine di tendergli una gigantesca trappola.

Potrebbero essere molto divertenti le reazioni dei fustigatori dei “pm d’assalto” se a Roma, o ovunque sarà fissata la competenza territoriale, le cose per “il benefattore” di Tarantini non si dovessero mettere nel senso auspicato.