Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen

E’ stato il discorso di una vita, quello pronunciato da Abu Mazen di fronte a un’Assemblea Generale quasi al completo. Il discorso di una vita, nel vero senso della parola. Un’esistenza – quella di Abu Mazen – da poco iniziata quando venne anche lui travolto dalla Naqba, nel disastro dei palestinesi cacciati dalla loro terra, costretto all’esilio, a fuggire nel 1948 da Safed, un paese che ora è nel nord di Israele. Una vita che ha trovato un punto di non ritorno di fronte all’Onu, quando ha confermato la richiesta di ammissione dello Stato di Palestina come 194esimo membro delle Nazioni Unite.

E’ stato un discorso inatteso, quello di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), conosciuto per essere stato – sempre – l’alter ego di Yasser Arafat. Pacato, diplomatico, sornione. Tutto il contrario dell’istrionico Abu Ammar. Eppure ieri, nel suo discorso della vita, Abbas è stato duro, analitico, sferzante, e appassionato. È stato, forse per la prima volta in modo così netto e sorprendente, durissimo nei confronti della politica perseguita da Israele negli scorsi decenni. Ha parlato di “pulizia etnica”, di “politica coloniale”, di “repressione”. Ha citato l’occupazione militare usando termini tipici della sinistra palestinese e dell’attivismo pacifista per le sanzioni e il boicottaggio. Ha parlato di legittima resistenza pacifica popolare contro l’occupazione. Ha citato il “muro razzista di annessione”, la politica di “apartheid”. E soprattutto si è scagliato con una durezza verbale continuata contro i coloni, la loro aggressività, la loro violenza: “Aggressività e violenza – ha detto Abu Mazen – di cui consideriamo responsabile il governo di Israele. Perché se condanniamo il terrorismo, ha detto, condanniamo tutto il terrorismo, compreso il “terrorismo di Stato”.

Abu Mazen ha anche rigettato al mittente l’accusa di unilateralismo, che il governo israeliano ha usato più volte, riferendosi alla richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina decisa dall’OLP. Unilaterali sono le colonie, l’esproprio dei terreni, la costruzione di migliaia di appartamenti sulla terra palestinesi: tutte politiche perseguite da Israele. Ha accusato Tel Aviv, insomma, di non aver rispettato gli impegni presi a Oslo, e di aver provocato la richiesta da parte dei palestinesi di uno Stato all’Onu.

Tornare ai negoziati sarebbe inutile, se non cambiano i parametri, ha detto in sostanza Abu Mazen. “La crisi è troppo profonda”, e i fatti sul terreno stanno rendendo impossibile la creazione di uno Stato. Dunque, “è troppo, è troppo, è troppo”, ha chiosato Abu Mazen. Con un’espressione che richiama il senso di stanchezza e frustrazione dei popoli arabi in rivolta. E visto che gli arabi stanno avendo la loro primavera, “è arrivato il tempo che anche per i palestinesi vi sia la loro primavera”.

“C’è uno Stato che manca all’appello, e che ha bisogno di essere creato immediatamente”. Immediatamente su un compromesso, dice Abu Mazen. Perché lo Stato – sui confini del 4 giugno 1967 e con Gerusalemme est sua capitale – lo si chiede sul 22% della cosiddetta “Palestina storica”. Si tratta, dice il presidente dell’OLP e dell’ANP, di un “compromesso storico”, perché c’è bisogno di una “giustizia relativa”. “Una giustizia possibile”.

Almeno cinque gli applausi, compreso quello per Yasser Arafat e l’altro per Mahmoud Darwish. E alla fine, buona parte di chi era seduto ad ascoltare il discorso, all’Assemblea Generale, si è alzato in piedi, ha applaudito e festeggiato. Segnando, ancora di più, il discrimine tra due pezzi di mondo. Quello occidentale, imbarazzato alle dure sferzate di Abu Mazen, e l’altro, ben più vasto, che ha già deciso che la Palestina è uno Stato.

di Paola Caridi