Guidati da Antonio Ereditato, scienziato italiano in forza all’Università di Berna, i ricercatori coinvolti nell’esperimento Opera (Oscillation Project with Emulsion-tRacking Apparatus) del Cern di Ginevra hanno assistito a un fenomeno teoricamente inspiegabile, almeno finora: l’esistenza di particelle più veloci della luce. In contraddizione con la regola fondamentale della fisica moderna, secondo cui nessun corpo che abbia una massa può abbattere la velocità della luce, i neutrini hanno impiegato 60 nanosecondi in meno dei fotoni per coprire i 730 chilometri di distanza che separano il Cern di Ginevra dai Laboratori Nazionali del Gran Sasso.

“Se confermata – dice senza esitazione Giuseppe Longo, docente di astrofisica alla Federico II di Napoli – non si tratterebbe solo della scoperta del secolo, ma della scoperta scientifica più importante dopo le osservazioni di Galileo. Saremmo costretti a rivedere gran parte sia della fisica dell’infinitamente grande, e sia della fisica dell’infinitamente piccolo”. Ma prima di mettere mano alla quantistica e alla cosmologia, è il caso di pazientare ancora un po’, a dispetto di chi già parla di “scardinamento” di Einstein e della Teoria della relatività. “Nel migliore dei casi si tratta di sprovveduti, anche se bisogna dire che i primi ad andarci cauti sono gli stessi autori della scoperta, tutti scienziati serissimi”.

Cosa è successo. Analizzando gli oltre 15 mila neutrini sinora prodotti dall’acceleratore del Cern Super Proton Synchrotron lungo il “tragitto” Cngs (Cern NeutrinoS to Gran Sasso), Ereditato e colleghi hanno osservato queste particelle (che, benché piccolissime, sono comunque dotate di una massa) superare la velocità dei fotoni, ovvero di particelle senza massa in grado di raggiungere circa un miliardo di chilometri l’ora. In barba alla teoria della relatività, i neutrini viaggerebbero a una velocità superluminale. “Si violerebbe, tanto per dire, il principio di causalità, secondo cui il verso dell’l’informazione può trasmettersi nel tempo solo andando in avanti”.

Accanto all’entusiasmo generale, emerge però qualche perplessità. “È bene non dimenticare che lo scopo di Opera è quello di osservare un particolare fenomeno relativo a queste particelle, vale a dire l’oscillazione dei neutrini da uno stato detto muonico a un altro stato, cosiddetto tauonico. Cronometrare la loro velocità non è la misurazione cui quei sistemi sono stato precipuamente progettati”. Ma la cosa non depone necessariamente a sfavore. “Quasi tutte le scoperte più importanti sono state fatte per sbaglio. Del resto se uno vuole andare a verificare qualcosa, vuol dire che quel qualcosa non era poi tanto un segreto”.

Anche da un punto di visto teorico non si tratta di una novità assoluta. I fisici da tempo ragionano sulla possibilità di rivedere la Relatività einsteinaina attraverso la cosidetta generalizzazione della relatività ristretta. “Anche se avere dei dati sperimentali è ovviamente tutta un’altra cosa”. La cautela più grande di fronte a questi dati nasce tuttavia da alcuni esperimenti omologhi già effettuati in passato. Nel 2007 un fenomeno simile a quello accaduto all’equipe del Cern e dell’Infn si è verificato in Minnesota. In quell’occasione il Main Injector Neutrino Oscillation Search (Minos) ha segnalato un fascio di neutrini provenienti dal Centro di fisica delle particelle di Fermilab, in Illinois, arrivare leggermente in anticipo sui tempi previsti.

“In quel caso i ricercatori hanno minimizzato il risultato – spiega Longo – perché c’era troppa incertezza circa la posizione esatta del rivelatore per essere sicuri della significatività dei dati, considerandoli quindi come un probabile effetto di un errore sistematico”. Un altro dato da ricordare prima di dare Einstein per spacciato è rappresentato dall’esplosione di una Supernova relativamente vicina alla Terra avvenuta nel 1987. Una supernova è una sorta di fabbrica di neutrini e quando esplode ne emette tantissimi. “Se i neutrini viaggiassero effettivamente 10 nanosecondi in più della luce, come attesterebbe l’esperimento del Cern – evidenzia l’astrofisico – in quell’occasione i neutrini sarebbero dovuti atterrare sulla Terra 4 anni prima dell’avvistamento del lampo. Ma non è stato così”.

Questo significa che quello che è accaduto nelle profondità tra Ginevra e il Gran Sasso è solo il frutto di una svista? “Nient’affatto – precisa lo scienziato – perché in questi casi deve considerarsi anche la potenza di esplosione e potrebbe darsi che i neutrini emessi dalla Supernova epsolosa nell’87 fossero in un certo senso più deboli di quelli emessi dal Sincrotone”.

Insomma, prima di riscrivere le pagine della fisica bisogna attendere la ripetizione di questi esperimenti da terzi. “Se davvero si tratta di un errore connesso al sistema solo altre macchine possono darci la certezza dei risultati sperimentali. Ma del resto questo è quel che dicono anche Ereditati e gli altri ricercatori nell’articolo pubblicato ieri su ArXiv. Lo ripeto, si tratta di scienziati seri che a differenza di altri non sono alla continua ricerca visibilità”.

La polemica che attraversa gli addetti ai lavori nasce dal fatto che l’anticipazione fatta sul Il Giornale dal fisico Antonino Zichichi ha in gran parte vanificato il lavoro scrupoloso di divulgazione dei dati della scoperta, favorendo un enorme polverone mediatico che ha rischiato di portare discredito all’intera comunità scientifica. La scoperta infatti non è di quelle che possano essere sussurrate su un giornale, e avrebbe meritato, sostengono molti ricercatori, la massima attenzione.

di Cristian Fuschetto