“È un nome che non posso fare. Si tratta di una persona molto più in alto di Checcoli, di Legacoop. Una persona che appartiene al livello superiore”. Sono le frasi che fanno piombare in un silenzio spettrale l’aula B del tribunale di Ferrara. È in corso il processo Coopcostruttori, la cooperativa leader in Italia nel campo dell’edilizia, 2000 dipendenti e il controllo assoluto del Pci prima e del Pds dopo, finita con un crac da un miliardo di euro, che si avvia alla fine della fase istruttoria. Sul banco dei testimoni, chiamato dalla difesa di Donigaglia e Ricci Maccarini, c’è Alfredo Santini.

Santini è stato chiamato per spiegare le varie dichiarazioni rese ai media in questi anni in merito alla possibilità di salvataggio della Coopcostruttori. E lui, dal ’71 in Carife, presidente della banca dal ’98 al 2009, per anni è stato l’uomo più potente di Ferrara, l’uomo che aveva in mano quantomeno le chiavi economiche dei destini della provincia.

Oggi, davanti al tribunale, ha confermato in sostanza tutto quello raccontato ai giornalisti negli anni precedenti. Per anni la Carife ha avuto un occhio di riguardo per l’azienda argentana, “l’unica che era in grado di recuperare le sorti della provincia, dopo che molte realtà chiudevano”. Fino agli anni della crisi più profonda.

Siamo nel 2003. La Carife è reduce dall’ispezione di Bankitalia che segnala profili di attenzione nei confronti del rapporto creditorio con Coopcostruttori. Contemporaneamente l’istituto di credito ferrarese, tra i più esposti nella vicenda del colosso dell’edilizia, si siede attorno a un tavolo (siamo nella sede regionale di Bologna di Legacoop) per discutere il salvataggio della Costruttori. È il piano Cofiri, pensato dal super manager Giuseppe Maranghi (leggi l’articolo del Fatto Il super manager Maranghi ai giudici: “Coopcostruttori poteva essere salvata”).

In base a quella soluzione pensata per risollevare le sorti della cooperativa, Carife e le altre banche interessate decisero di mettere a disposizione della società che si avviava verso l’amministrazione straordinaria 30 milioni di euro, per restituirle quella liquidità venuta meno. All’incontro – siamo a fine aprile 2003 – c’era anche Egidio Checcoli (tra l’altro membro del cda della banca estense) per Legacoop. Ai suoi dirigenti si chiedeva “una garanzia, una certezza di rientro”. Insomma una firma nero su bianco. Se in passato infatti poteva bastare la parola, gli ultimi tempi e soprattutto gli esborsi già sostenuti non consentivano patti tra gentiluomini. Prima infatti “bastava la benedizione”, per usare la metafora del testimone, “ma ormai era finita l’acqua santa”.

“Ma Legacoop si tirò indietro – racconta Santini -; ci dissero che loro non ne rispondevano”. I motivi? “Il mio emissario non me li ha riferiti”, la risposta dell’ex manager. Santini forse non considerava che prima di lui aveva appena parlato il suo “emissario”, ossia il direttore generale, Gennaro Murolo, confermando la sua presenza a quell’incontro. Tocca al giudice Caruso ricordare a Santini i doveri del testimone. Uscito quindi il nome di Murolo ci si scontra con un’altra reticenza. Chi fece fallire il piano di salvataggio? “Non posso dire quel nome”. Di fronte alla cortina di silenzio è Donigaglia, l’imputato numero uno, che sbotta in aula: “Diglielo che è Consorte!”. A Santini – svelato il nome dell’allora plenipotenziario di Unipol – non è rimasto che annuire.