Sono stata a Mantova, al Festival della Letteratura che si è appena concluso. Ero scettica. Non ero mai andata. Nella mia testa questo festival, il primo e forse più celebre in Italia, era soprattutto una kermesse commerciale. Mi sbagliavo e sono davvero felice di scriverlo. L’assenza istituzionalizzata delle Case Editrici, la quantità di spazi riservati agli eventi e la varietà del programma rendono questa occasione qualcosa di davvero speciale per tutti gli amanti della lettura, ma non solo.

A Mantova c’è un’atmosfera particolare.

Sono andata con un’amica che lo fa ogni anno ed è davvero un’esperta del festival: lettura del programma e selezione degli eventi di interesse (e relativo acquisto di biglietti per alcuni) nella settimana precedente, mappa in mano e randagismo culturale permesso e gustato fino in fondo.

Zaino in spalla, cappellino in testa, in questi giorni sono state tantissime le persone che – da tutta Italia – sono arrivate nella città che fu dei Gonzaga per ascoltare il proprio autore preferito o per stupirsi di fronte alla consapevolezza di quanto c’è che non conosciamo e che sarebbe bello approfondire.

In attesa dell’apertura di un teatro o di una aula magna o chiostro, file ordinate di persone che non sgomitano, sopportano il caldo e scambiano riflessioni e battute con lo sconosciuto vicino. Un sacco di gente ovunque. Qualunque evento, da quello a sfondo tecnologico alla lettura dei classici latini, preso allegramente d’assalto. Bancarelle di libri nuovi e usati, librerie aperte ad ogni ora e il centro storico – libero dal traffico – invaso da folle tranquille e piene di entusiasmo.

A Mantova ho visto davvero un’altra Italia, un’Italia che ci raccontano poco. E se è vero che la maggior parte degli autori presenti al Festival sono “sempre i soliti”, è anche giusto dire che con un po’ di umiltà intellettuale, tra quei soliti ce n’è sempre qualcuno di nuovo per tutti. Ho comprato i giornali nei giorni successivi al Festival e – salvo poche righe – non ho trovato approfondimenti sull’evento. Mi è dispiaciuto. Perché Mantova è un esempio virtuoso non solo per le tante città che potrebbero rivalorizzarsi attraverso la cultura, ma anche di come si può fare e fruire cultura bene, senza snobismi e in maniera abbastanza popolare ma allo stesso tempo ricca di dicotomie.

Lo sguardo sulle primavere arabe, tema fondante di questa edizione, mi è parso davvero interessante. Mi sono incantata ad ascoltare Wael Abbas, uno dei blogger egiziani che hanno contribuito a fare l’ “informazione dei cittadini” durante i mesi delle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak e che auspica una democrazia dal basso, somma di tante voci e non solito demandare al Leader unico. Si è parlato anche dell’Italia, di questa grande “Media-crazia” e di come noi cittadini dobbiamo pretendere il diritto all’informazione, perché se dai per scontata la libertà, stai già cominciando a perderla.

Il randagismo culturale mi ha fatto conoscere Stefano Malatesta e con lui e Giuseppe Cederna abbiamo fatto un viaggio che è divagazione e deragliamento ma anche vita e morte insieme. A Mantova ho trovato un’Italia che è evidente ma anche nascosta, taciuta, poco raccontata dai giornali. L’Italia che legge, l’Italia con comodini e cassetti invasi di libri e che ha voglia di conoscere, confrontarsi, ascoltare.

La mia bella esperienza mantovana si è conclusa con Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli che attraverso i romanzi scritti a quattro mani parlano del nostro Appennino e di come nascono le loro storie, tra la Toscana e l’Emilia, in un proliferare di confini che sono aneddoti, castagne e invasioni di cinghiali, soprannomi esistiti e altri inventati e tengono banco con quell’emilianità ridanciana ma anche sarcastica che ci è tanto familiare.

Unico neo di un fine settimana davvero ricco: il viaggio in treno. Come succede troppo spesso, Trenitalia si è distinta per disorganizzazione e scarsa cura degli utenti. Lo dico serenamente, perché ci sono passata in mezzo. Da Bologna, per raggiungere Mantova bisogna cambiare treno a Modena. Due “regionali veloci”.

A Modena – in pieno Festival – abbiamo saputo che il treno che dovevamo prendere era stato soppresso per motivi imprecisati. “Ci scusiamo del disguido. Troverete un pullman sostitutivo sul piazzale della Stazione”.

Insieme ad altri bolognesi che volevano raggiungere il Festival abbiamo cominciato ad attendere. Nessun pullman in giro, nessun addetto alle informazioni, che abbiamo dovuto “stanare” tornando ai binari e parlando con i macchinisti.

Informazioni scarse e confuse: il pullman prima o poi sarebbe arrivato, senza certezze ne’ orari. Alla fine, insieme ad altre persone, ho deciso di prendere un treno per Suzzara e poi un pullman per la mia destinazione. Al ritorno sono arrivata in stazione a Mantova e ho dovuto fare due volte avanti e indietro dal binario, per trovare una macchina obliteratrice funzionante: su 5 che ne ho viste, l’unica che ha dato qualche soddisfazione era nascosta dietro un angolo.

Nel sottopassaggio TUTTI e sottolineo TUTTI gli ascensori dedicati al trasporto di persone con disabilità erano inutilizzabili per “manutenzione straordinaria” e ho pensato che di straordinario c’era soprattutto il fatto che la manutenzione venisse fatta in questo particolare momento dell’anno, quando per il Festival arrivano tante persone e il treno sarebbe certamente il mezzo di trasporto più comodo, pulito ed efficace per partecipare alla manifestazione.

E così, anche l’esperienza di viaggio mi ha mostrato un’altra Italia: molto diversa da quella veloce, lussuosa e costosa delle innovative tratte Freccia Rossa. Chissà se arriverà mai il giorno in cui tutte queste Italia troveranno un’armonia meno schizofrenica!

E mentre ancora mi godo le belle sensazioni mantovane, penso già al prossimo fine settimana e al Festival della Filosofia di Modena: momento altrettanto bello di condivisione e pensiero in Emilia-Romagna. Il programma lo trovate sul sito della manifestazione: http://www.festivalfilosofia.it/2011/