Se chiedete a Sara Flounders, una militante pacifista di New York, che effetti ha avuto l’11 settembre sulla sua vita – e su quella dei suoi compagni – la lista delle recriminazioni è lunga: intercettazioni telefoniche, perquisizioni di case e uffici, demonizzazione del dissenso. Se poi lo sguardo si leva dal ristretto gruppo di militanti, il panorama appare ancora più desolante (e ormai noto): detenzioni senza diritto alla difesa a Guantanamo, a Bagram, nelle tante carceri segrete della Cia in giro per il mondo, tortura dei prigionieri, extraordinary renditions, infiltrazioni di polizia e Fbi nelle comunità musulmane (ancora la settimana scorsa Associated Press ha rivelato che agenti di New York, in collaborazione con la Cia, hanno monitorato incontri e frequentatori di diverse moschee).

“Dopo l’11 settembre 2001, pensai che le nostre libertà non sarebbero state limitate. Purtroppo, non è andata così”, dice Loretta Valtz Mannucci, americanista. “Quel poco di democrazia limitata, che esisteva negli Stati Uniti prima dell’11 settembre, è evaporata a una velocità allarmante”, le fa eco una studiosa e attivista dei diritti umani, Naomi Archer. “Non sappiamo che cosa stia esattamente succedendo”, aggiunge Alex Vitale, professore di sociologia al Brooklyn College e consulente dell’American Civil Liberties Union. Gran parte delle strategie di controllo e contro-terrorismo delle autorità americane restano infatti coperte dal più fitto segreto.

Se, dieci anni dopo l’11 settembre, il quadro di limitazione dei diritti civili appare ancora incompleto, su un fatto molti analisti e attivisti paiono concordare. Come gli Alien e Sedition Acts del 1798, come i Palmer raids del 1920, come i campi per nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale e le persecuzioni in tempi di maccartismo, anche l’11 settembre verrà ricordato come un’età di involuzione autoritaria della società americana. “E il simbolo di questa era resterà il Patriot Act, la legge antiterrorismo votata dopo gli attacchi”, dice David Cole, che insegna diritto costituzionale alla Georgetown University. “Un pezzo di legislazione di 342 pagine, che ha dato al governo americano formidabili poteri di investigazione e di indagine”.

Il Patriot Act, che l’amministrazione Obama ha in queste settimane ri-autorizzato, fu approvato nell’ottobre 2001 dalla stragrande maggioranza di deputati e senatori pressati dal terrore e dall’indignazione di un intero Paese (un solo senatore, Russ Feingold, votò contro, spiegando che la legge avrebbe “intaccato in modo permanente la Costituzione”). Gli effetti del Patriot Act si avvertono ancora oggi. Il governo può per esempio spiare i cittadini americani – i loro conti bancari, le loro letture, i loro viaggi e acquisti – al di fuori di un adeguato controllo giudiziario. Polizia e Fbi non sono nemmeno costretti a dimostrare che lo spiato sia oggetto di un qualsiasi tipo di indagine terroristica. Un discorso simile vale per gruppi ed enti di beneficenza americani. Il governo può oggi chiudere questi enti sulla base esclusiva di prove segrete, che non vengono mostrate agli avvocati difensori, ma soltanto alle corti nell’ambito di sedute riservate.

“Ma il vero salto di qualità, dopo l’11 settembre, riguarda i nostri rapporti con il mondo esterno”, aggiunge David Cole. Immediatamente dopo l’attacco a Due Torri e Pentagono, più di mille uomini, spesso di origine asiatica e mediorientale, sparirono nelle carceri americane. Molti ci restarono mesi, anche anni, senza che nessuna accusa venisse formalizzata contro di loro, spesso per reati amministrativi che un tempo venivano puniti con una semplice multa. Oggi, proprio grazie al Patriot Act, il governo ha esteso a dismisura il suo potere di arrestare o deportare i cittadini stranieri. La legge prevede la possibilità di escludere dal suolo americano chiunque abbia offerto aiuto a gruppi definiti terroristici (per “aiuto” si intende anche quello fornito non-volontariamente. Offrire dell’acqua a presunti gruppi della guerriglia in Sudamerica, sotto minaccia armata, è considerato condizione sufficiente per la deportazione).

La nuova legislazione ha spazzato via mezzo secolo di giurisprudenza. Sino al periodo precedente all’11 settembre, la mera affiliazione a un’organizzazione sovversiva non poteva essere considerato un crimine. Di più. Proclamare, in astratto, a parole, la distruzione del governo americano era un’attività protetta dal Primo Emendamento. “L’intero quadro delle nostre libertà civili è stato però sovvertito”, ci dice al telefono da Washington Webster Tarpley, presidente del Washington Grove Institute. “Sono stati dieci anni terribili. E gli emblemi di quanto successo restano tutti in piedi”. Il carcere di Guantanamo, nonostante i ripetuti tentativi di chiusura da parte di Barack Obama, resta operante. Bagram, in Afghanistan, è il centro di raccolta dei nuovi prigionieri – dallo stesso Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iraq, dallo Yemen – e non ammette al suo interno gli avvocati. Continuano a funzionare le commissioni militari istituite da George Bush per giudicare Khalid Sheick Mohammed e gli altri presunti terroristi dell’11 settembre.

La lista delle violazioni delle libertà – almeno dal punto di vista degli attivisti dei diritti civili – potrebbe essere ancora lunga. L’espressione forse più azzeccata di quanto successo in questi anni è però venuta – paradossalmente – proprio da John Ashcroft, che come ministro della Giustizia di George W. Bush presiedette al Patriot Act. “L’11 settembre impone un nuovo paradigma – disse Ashcroft -. Prevenire gli atti terroristici è diventato più importante che punire i crimini dopo i fatti”. La macchina giudiziaria messa in piedi in questi anni ha cercato di fare esattamente questo: anticipare i fatti, punire ciò che ancora non è successo. Come magistralmente anticipato da Philip Dick in The Minority Report, pensieri, idee, parole sono divenuti spesso i nuovi target. E sono saliti sul banco degli imputati.