Inizia oggi davanti a un tribunale militare, a Gaza, il processo a quattro persone imputate di aver partecipato al sequestro e all’assassinio di Vittorio Arrigoni, l’attivista e reporter italiano ucciso nella Striscia, nella notte tra il 14 e il 15 aprile scorsi, dopo un rapimento lampo e dai contorni ancora poco chiari.

I quattro imputati sono Mohamed Salfiti (23 anni), Tamer Hasasnah (25), Khader Gharami (26) e Amer Abu Ghula (25). Mancano all’appello i due presunti capi della cellula che ha rapito e ucciso “Vik”, il palestinese Bilal al Omari e il giordano Ahmed Rahman Breizat, uccisi dalle forze di sicurezza di Hamas pochissimi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Arrigoni, nel blitz contro il presunto “covo” del gruppo, nel campo profughi di Nusseirat.

Secondo l’accusa, gli imputati facevano parte di un gruppo armato salafita e da quello che si conosce delle deposizioni difensive – anticipate oggi dal quotidiano Il Manifesto che ha raggiunto uno degli avvocati difensori – i giovani alla sbarra tendono a confermare questa versione, anche se riducono la portata del loro “gruppo”, che non sarebbe parte di una organizzazione strutturata. Mohammed Najar, avvocato di Gharami, ha dichiarato al manifesto che l’intenzione della banda era quella di sequestrare un occidentale, per fare pressione su Hamas, e ottenere la liberazione dello sceicco Abdel-Walid al-Maqdisi. L’azione sarebbe servita, secondo l’accusa, ad accreditare questo gruppo come un referente locale per Tawhid wal Jihad, una formazione salafita. Lo sceicco era stato arrestato due mesi prima dalle forze di sicurezza di Hamas e messo in prigione con l’accusa di attività sovversiva.

Il giordano Breizat, allievo di al-Maqdisi, secondo l’accusa, era entrato a Gaza alcune settimane prima proprio per cercare di organizzare un’operazione che portasse alla liberazione dello sceicco.

Secondo la versione degli imputati, era stato al Omari, che conosceva Arrigoni perché frequentavano la stessa palestra, a indicarlo come bersaglio del sequestro. L’avvocato di Gharami spiega che il suo assistito “ha insistito molto” perché fosse sequestrato Arrigoni, perché era molto conosciuto, nella Striscia e nel mondo delle organizzazioni di solidarietà con i palestinesi, e perché secondo lui “conduceva una vita troppo occidentale, non conforme ai dettami dell’Islam”.

Gli imputati sostengono che non era loro intenzione uccidere Arrigoni, che però nel video diffuso dal gruppo appariva emaciato e tumefatto per le botte subite. Non è chiaro, e spetterà al tribunale militare chiarire i fatti, perché le cose siano sfuggite di mano. Il gruppo, forse, ha sentito da subito la pressione dei servizi di intelligence di Hamas, che già poche ore dopo il sequestro aveva individuato e arrestato Gharami, che aveva il compito di seguire i movimenti di Arrigoni. A quel punto, secondo la ricostruzione della difesa, Omari e Breizat hanno deciso di uccidere l’italiano e hanno cercato, assieme agli altri, di far perdere le proprie tracce.

Oltre all’effettivo ruolo dei due presunti capi, non è chiaro ancora che parte abbia avuto ciascuno degli imputati. Mohamed Salfiti ha detto agli investigatori di non essere stato presente al momento dell’uccisione di Vittorio, e così anche Hasasnah, mentre Gharami sostiene di non aver avuto un ruolo operativo nel sequestro e di essersi limitato a seguire i movimenti dell’attivista italiano. Ghula, invece, è accusato solo di fiancheggiamento perché avrebbe affittato al gruppo l’appartamento dove si è svolto il sequestro fino al suo tragico epilogo. Il fine del sequestro, secondo l’avvocato Najar, era “innanzi tutto ottenere la liberazione di al-Maqdisi, poi spaventare l’italiano, pestarlo e rimetterlo in libertà”.

La famiglia di Vittorio sarà rappresentata nel processo dal Centro palestinese per i diritti umani. Il giudice militare Abu Omar Atallah ha molte cose da chiarire, a partire dal perché sia stato scelto proprio Vittorio come vittima di un’operazione il cui obiettivo politico era mettere in difficoltà Hamas, le cui autorità sono state finora molto reticenti sulle indagini e non hanno voluto mostrare i documenti dell’accusa nemmeno alla famiglia Arrigoni.

di Joseph Zarlingo