Mucche a Belgrado, foto di Federica MaiettiA fine maggio, subito dopo il tardivo arresto di Ratko Mladić a Lazarevo, ho pensato che sarebbe stato utile e interessante per la mia attività di reporter e romanziere fare un sopralluogo in Serbia. Sono partito due mesi dopo, mentre Mladić conduceva il suo teatrino davanti al Tribunale penale per la ex Jugoslavia e veniva arrestato anche l’ultimo dei criminali di guerra serbi ricercato dal Tribunale dell’Aja: Goran Hadžić, l’ex presidente dell’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina.

Il mio aereo atterra all’aeroporto Nikola Tesla all’una di notte. Davanti al terminal trovo ad accogliermi un manipolo di tassisti abusivi. Il più intraprendente mi porta in centro città in mezz’ora. Il tragitto è costellato di anonimi blok dell’epoca socialista e di inguardabili e avveniristici palazzi dell’epoca post-socialista. L’hotel è di fronte alla stazione ferroviaria e divide lo stabile con una clinica ortopedica. Mentre disfo lo zaino ascolto le mille voci della città, perché Belgrado non dorme mai. Belgrado, dopo lutti, rivolte e chiusure al mondo, è ormai diventata una delle capitali globali della vita notturna. I locali abbondano ovunque, nel centro e a Novi Beograd, sulle chiatte sul Danubio e nella via esclusiva di Strahinjića Bana. Caffè, discoteche, musica house, turbofolk, jazz, drum’n’bass. L’Hit Parade del silenzio non fa parte della lista.

Di giorno, dopo una colazione abbondante in una sala deserta, raggiungo, tra lo sferragliare dei tram e sotto il sole cocente, l’angolo tra Nemanjina e Kneza Miloša dove troneggiano, nella loro agghiacciante e instabile mostruosità, i due edifici amministrativi bombardati dalla Nato nel 1999. Ultima traccia di violenza in una città che nel Ventesimo secolo ha subito bombardamenti anche da austriaci e tedeschi. L’architettura creata dalla guerra mette i brividi e pone in risalto la stupidità delle scelte strategiche dell’occidente.

Il fumo degli incendi si è diradato lasciando il nuovo aroma della globalizzazione. Così sembra dirigendosi verso il centro della città, quando si attraversa Knez Mihailova, l’arteria principale del vecchio quartiere di Stari Grad, una strada pedonale gremita di negozi alla moda, centri commerciali e caffè all’aperto. La gente venera le vetrine, i pittori di strada aspettano acquirenti per le loro dozzinali tele bucoliche, i turisti seduti sotto i tendoni dei bar bevono bibite rigeneranti. Knez Mihailova mi fa pensare che da queste parti ci sia più voglia di consumismo piuttosto che di Europa.

Proseguo fra palazzi liberty targati Armani e case della vecchia aristocrazia ottocentesca marchiate Versace e mi addentro nel parco della Cittadella di Kalemegdan. Fra le bancarelle di ambulanti che, sotto gli alberi, vendono souvenir, icone, foto e ninnoli delle epoche passate, vanno per la maggiore le spille delle Tigri di Arkan, le sciarpe della Stella Rossa, le borse di cuoio della Seconda guerra mondiale con svastiche in evidenza, fotografie del Maresciallo Tito e adesivi con la bandiera dei cetnici formata da due ossa incrociate e un teschio e lo slogan: “Per il Re e la Patria libertà o morte”. Un tetro folklore, il lato oscuro della capitale serba.

Torno verso il centro della città passando per il quartiere di Dorćol. Nel periodo della dominazione turca questa era la zona più cosmopolita di Belgrado, vi convivevano ebrei, armeni, greci, valacchi e tedeschi. Oggi il quartiere è una tranquilla zona residenziale, con viali alberati e caffè eleganti. Ospita la moschea Bayrakli, l’unica sopravvissuta in tutta la città, costruita nel Diciassettesimo secolo e attualmente in fase di restauro dopo che nel marzo del 2004 è stata seriamente danneggiata durante i tumulti contro i pogrom serbi in Kosovo.

Mi allontano e mi dirigo verso Skadarlija, nella parte bassa di Stovi Grad. Skadarlija è una versione balcanica e lillipuziana di Montmartre. Una strada acciottolata che ospita atelier di pittori, locali di cabaret, ristoranti con musica dal vivo. Nelle sue vicinanze, all’interno di una corte circondata da alti muri bianchi, c’è l’Associazione degli Scrittori Serbi. Un’istituzione quasi leggendaria ai tempi di Tito, un luogo dove gli artisti della penna che godevano del favore delle autorità potevano venire a gustarsi le celebri zucchine ripiene. Guardo il menù, le zucchine sono ancora indicate come la specialità del posto, ma i prezzi non sono più molto “socialisti”. Desisto e mi ributto nella città.

In piazza Republike, vicino alla fontana, una mucca dello scultore svizzero Pascal Knapp bruca l’asfalto. Mi dirigo verso l’ennesima notte che farà esplodere la città di mille colori, concerti e balli pensando che, ormai, la globalizzazione ci inghiotte tutti. Sul mio cammino altre mucche.

Foto di Federica Maietti, clicca qui per ingrandire