Il governo è costretto a limare il testo della manovra. Gli ultimi (ennesimi) ritocchi. E mentre anche il Pd aderisce allo sciopero indetto per domani dalla Cgil, il ministro dell’economia Giulio Tremonti è costretto a un tour de force: nel primo pomeriggio a Milano, in via Bellerio, nel quartier generale della Lega a incontrare Umberto Bossi e Roberto Calderoli poi, di corsa, il rientro a Roma per la riunione con i tecnici di via XX Settembre inizialmente prevista in serata ma anticipata di alcune ore. Domani il testo arriverà in aula a Palazzo Madama, mentre fuori dal Palazzo sfilerà il corteo della Cgil cui oggi ha aderito, dopo giorni di tentennamenti, Pier Luigi Bersani. “Ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra”, ha detto il segretario. Quindi insieme anche a Sel e Idv. Tutti contro l’articolo 8 della manovra che costituisce una profonda deroga all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. E se Raffaele Bonanni bolla come “demenziale” la mobilitazione di domani, Giuseppe Farina della Fim-Cisl annuncia uno stop di otto ore. Nichi Vendola ha definito l’articolo 8 un assalto “volgare ai diritti del lavoro”. E ha ringraziato la Cgil “per aver messo in campo lo sciopero generale”. Per Antonio Di Pietro, il primo ad aderire alla mobilitazione, la deroga all’articolo 18 “è un’umiliazione e un passo indietro”.

Il segretario del Pd ha atteso oggi per aderire alla manifestazione. “Certo che ci sarò”, ha detto. “E’ un governo di irresponsabili – ha aggiunto – non ho altra definizione. Con tutti i problemi che ci sono, per un puntiglio ideologico e una micragneria politica, si vuol mettere un solco tra le forze sociali è da irresponsabili”, ha attaccato. E riferendosi all’articolo 8 della manovra, relativo alla “facilità” di licenziamento, Bersani ha annunciato che il Pd ne chiederà “lo stralcio. Siamo disponibili ad una discussione per eventuali modifiche dell’articolo della manovra che veda l’accordo di tutti. Vedremo nei prossimi giorni quali sono le condizioni per un incontro, come Pd, con le parti sociali”. Secondo Bersani “è assurdo andare a rompere il meccanismo dell’accordo del 28 giugno che poteva e potrebbe invece portare ad una nuova fioritura della concertazione, per la ripresa della crescita, come si fa a buttarlo via”.