Nell’indifferenza generale la situazione in Somalia e nel resto del Corno d’Africa diventa più grave di settimana in settimana. L’Onu ha aggiunto una sesta regione, quella di Bay, nel sud del Paese, all’elenco delle aree ufficialmente dichiarate in stato di carestia, che adesso comprende praticamente tutta la porzione meridionale della Somalia, inclusa la capitale Mogadiscio. È la zona controllata dalle milizie islamiste degli al-Shabab, considerate vicine al al Qaida. Meno drammatica, ma solo un po’, la situazione nelle altre aree del paese. Nella parte meridionale della semiautonoma regione del Puntland, non è ancora carestia ma solo “emergenza”, mentre nel nord, nel Somaliland (altra regione autonoma) siamo al livello di “crisi”.

Gli aiuti internazionali sono largamente insufficienti a coprire i bisogni della popolazione e ci sono enormi difficoltà nella consegna degli aiuti, a causa della mancanza di un governo centrale e della situazione caotica in molte province. Finora, le agenzie Onu e le Ong impegnate nell’assistenza umanitaria hanno raccolto 1,46 miliardi di dollari, almeno un miliardo di meno di quanto stimato per un intervento efficace.

La distribuzione degli aiuti nelle aree interne della zona controllata dagli Shabab è molto difficile. I pochi convogli che si muovono, viaggiano con forti scorte armate, per evitare assalti di bande armate e milizie locali. Secondo le Nazioni unite, sono almeno 12 milioni le persone esposte al rischio di gravissima denutrizione a causa della peggiore carestia degli ultimi sessanta anni.

Di questi, almeno 4 milioni sono in Somalia, e secondo l’Agenzia Onu per l’Analisi della sicurezza alimentare (Fsnau), ci sono almeno 750 mila persone in Somalia che potrebbero morire di fame nelle prossime settimane se non arrivano più aiuti. Nei paesi confinanti, Kenya, Uganda ed Etiopia, si sente l’effetto della mancanza di piogge ma la situazione è relativamente sotto controllo. Anche se in Kenya, in alcune regioni del nord, gli effetti della siccità vengono amplificati dall’alto prezzo dei generi alimentari e della benzina. Migliaia di somali, ogni giorno, cercano comunque di raggiungere, spesso a piedi, i paesi vicini per avere soccorso.

Nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, a ottanta chilometri dal confine somalo, secondo l’Irin, l’agenzia di stampa dell’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari dell’Onu, almeno 150 mila persone sono arrivate negli ultimi tre mesi.

Diverso, invece, il caso dell’Eritrea. La dittatura di Isaias Afwerki non fornisce dati ufficiali sulla situazione nel paese, anzi sostiene che il raccolto quest’anno sia stato particolarmente abbondante e dunque che non c’è rischio di carestia. Secondo la Bbc, però, la realtà è diversa. Almeno 900 persone stanno passando ogni giorno il confine, militarizzato, tra l’Eritrea e l’Etiopia e molte di questi profughi portano segni di malnutrizione. I dati satellitari raccolti dai sistemi meteo internazionali dimostrerebbero che le precipitazioni da giugno a oggi sono state sotto la media annuale e fonti dell’opposizione eritrea in esilio raccontano di penuria di generi alimentari e bambini maltruniti.

Il governo eritreo negli ultimi anni ha espulso dal paese le principali agenzie internazionali e non consente l’accesso alle Ong straniere, per cui è molto difficile verificare in modo indipendente quale sia la situazione reale. Il sospetto fondato, però, è che anche in Eritrea si stia consumando una tragedia umanitaria, che la dittatura non vuole far conoscere per evitare di essere messa sotto pressione dalla comunità internazionale. Alcune fonti dell’opposizione eritrea in Italia – che preferiscono non essere identificate per ragioni di sicurezza personale – confermano che almeno in certe regioni del paese, verso il confine con l’Etiopia, la situazione è molto grave.

Susan Rice, ambasciatrice statunitense all’Onu ha detto che “molto probabilmente gli eritrei stanno soffrendo per la stessa mancanza di cibo che colpisce altre aree della regione, ma non ricevono aiuto per la chiara opposizione del governo alla presenza di organizzazioni straniere”.

di Joseph Zarlingo