Sarà perché sono nato in caserma, ma ho un senso dell’onore che mi porta a disdegnare i fuggitivi, quelli che abbandonano il capo nell’ora della sconfitta, la corsa ad abiurar Penati dopo averne ricevuti vantaggi e carriere. Ho già cercato di spiegare onestamente su queste pagine perché quella di Filippo Penati sia stata una vicenda né personale né di un circoscritto “sistema Sesto”. Giorgio Bocca, amico autorevole, ritiene che abbia ecceduto in moderazione. Il fatto è che vorrei andare oltre le persone (ci saranno i processi) e descrivere invece le logiche politiche. Perché se le responsabilità penali sono personali, quelle politiche sono collettive.

Il sistema Penati (chiunque l’abbia incarnato) trova cioè il suo humus ideale in un altro sistema, più ampio, quello dei meccanismi culturali e di organizzazione del consenso che reggono la vita quotidiana del partito. Sono essi a produrre il rovesciamento della colpa, che ovunque scoraggia e sanziona chi sollevi questioni di moralità e di correttezza.

C’è sempre una ragion politica che riesce, con facilità sorprendente, a prevalere in questi casi. Si tratti della necessità di “sporcarsi le mani” (espressione infelice…) nel lavoro politico, si tratti del rischio di destabilizzare il partito “proprio ora”, dell’opportunità di non rompere equilibri e reciprocità. E d’altronde: forse che il capocorrente discusso non porta voti e magari soldi? Forse che non ci ha fatto vincere in questa o quella regione, in questa o quella provincia? In questo humus molto “pragmatico” si è sempre più innestato, di recente, il bubbone delle dipendenze personali. Dipendenti sono i parlamentari, che pure dovrebbero essere l’élite della politica. Nominati dall’alto e non eletti da nessuno.

Dipendenti sono i membri delle direzioni nazionali, regionali e provinciali, anche loro di norma non eletti da nessuno, ma votati in liste bloccate anche di cento e più persone. Inerpicarsi per la questione morale e dell’etica pubblica di un partito siffatto significa dunque sfidare un sistema fittissimo di dipendenze. Provocare le diffidenze e le inimicizie di chi può vedere minacciati da una denuncia la carriera e magari la stessa sopravvivenza economica. Quanti prenderanno la parola per amore del partito e dei suoi ideali e per lealtà verso gli elettori anziché (in quelle rare volte in cui accade) per regolare lotte intestine? E quanti si esporranno anche davanti a dubbi e ragioni rigorosamente argomentati? Perché, per capirsi, non ci si è opposti prima al trasferimento al senato di Alberto Tedesco? Nessuno, in Puglia o a Roma, intuiva che gli si stava regalando l’impunità? Il fatto è che il solo dare ragione pubblicamente ai “moralisti” significa pregiudicare ambizioni e posti di lavoro, visto che si continua a candidare a cariche direttive o di rappresentanza istituzionale persone senza alcun mestiere (in genere spacciati per “consulenti” di qualche cosa) e dunque di fedeltà sicura. Ecco perché sbaglierebbe chi pensasse che il sistema Penati abbia avuto la approvazione corale dei responsabili del partito milanese o lombardo (fra l’altro il candidato Stefano Boeri ha fatto la sua campagna elettorale in assoluta autonomia). Le catene di comando sono diverse da quelle formali. Il guaio è che il clima della fedeltà-dipendenze di partito non può spezzarle.

Per questo sarebbe cosa buona e giusta che chi oggi chiede a Penati sui giornali di rinunciare alla prescrizione penale, non prescrivesse politicamente se stesso e si impegnasse pubblicamente qui e ora alle seguenti cose: a) sostegno, alle feste democratiche, del referendum per reintrodurre i collegi uninominali; b) abolizione immediata delle liste bloccate per tutti i livelli di direzione del partito ed elezione di tutti i loro membri; c) estensione a tutti i parlamentari (compresi i dirigenti più alti in grado, spesso mai eletti da nessuno) del limite massimo di mandato, senza deroghe da concedere secondo fedeltà personali o biografie e segreti condivisi. Finora tutte queste premesse di libertà morale sono state respinte massicciamente, con le scuse più pretestuose. La più seria, quella delle possibili campagne elettorali personali, finge di ignorare che la situazione odierna non impedisce (anzi!) né le clientele né le ricerche di finanziamenti impropri, personali o di corrente.

A questi anticorpi occorre aggiungerne uno di natura culturale. Che, spiace dirlo, chiama in causa i militanti più generosi e disinteressati, quelli che per il partito farebbero tutto, da decenni. Quelli che invocano sempre l’unità del partito, “in una situazione come questa”. Fu per questi meccanismi non privi di drammaticità che nella storia comunista si legittimarono i carri armati sovietici o nella storia democristiana la mafia che insanguinava la Sicilia. Perché il partito conta più di tutto, anche degli ideali per i quali è nato. Ma senza colpi di reni, il risultato è alle porte: alcune migliaia di dipendenti silenti fino all’arrivo della magistratura, decine di migliaia di militanti che invocano l’unità. E milioni di elettori che non credono più a niente.