Relazioni diplomatiche «degradate» al più basso livello possibile, con conseguente espulsione dell’ambasciatore israeliano in Turchia, Gabby Levy, e del suo vice, Ella Afek. È la iraconda risposta turca annunciata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu in una conferenza stampa ad Ankara alle notizie pubblicate oggi dal New York Times sul rapporto della commissione Onu che ha indagato sul raid israeliano contro la Freedom Flotilla, a maggio del 2010. Nel raid, condotto dai reparti speciali della marina militare israeliana contro il convoglio di navi diretto a Gaza per rompere l’embargo, persero la vita 9 attivisti turchi dell’Ihh, un’organizzazione non governativa di ispirazione religiosa, che era stata tra le principali finanziatrici della Flotilla.

La Turchia aveva chiesto più volte al governo israeliano delle scuse ufficiali e un risarcimento per le famiglie dei nove attivisti uccisi. Israele ha sempre risposto che il blitz era una risposta alla minaccia alla sicurezza nazionale costituita dalla Flotilla.

Secondo il New York Times, che ha avuto in anticipo il rapporto, la conclusione della Commissione guidata dall’ex premier neozelandese Geoffrey Palmer è che i commandos israeliani, abbordando le navi della Freedom Flotilla, e in particolare l’ammiraglia, la nave Mavi Marmara, hanno incontrato «una resistenza organizzata e violenta che li ha spinti a usare le armi per autodifesa. Tre soldati sono stati catturati, maltrattati e messi a rischio dai passeggeri. Alcuni altri sono stati feriti». Tuttavia, dice il rapporto: «La decisione israeliana di abbordare i vascelli così lontano dalla zona del blocco (il blitz avvenne infatti in acque internazionali, a 72 miglia dalla costa) e senza alcun segnale finale di avvertimento prima dell’abbordaggio, appare eccessiva e irrazionale». Anche se i commandos hanno agito per autodifesa, dice il rapporto: «La maggioranza dei partecipanti alla flotilla avevano intenzioni non violente, ma permangono seri dubbi sulla vera natura e sui veri obiettivi degli organizzatori, in particolare l’Ihh».

Però, ed è questo il punto politicamente più controverso, il rapporto conclude anche che il blocco navale attuato dalla marina israeliana contro la Striscia di Gaza è legale, perché volto a impedire l’importazione clandestina di armi. Alle reazioni positive alla conclusione del rapporto arrivate da Israele, Davutoglu ha risposto ribadendo che la posizione turca è che il blocco di Gaza è illegale: «Ankara farà tutto quanto possibile per far prevalere la propria interpretazione del senso delle acque internazionali nel Mediterraneo», ha aggiunto Davutoglu.

La ritorsione turca non si ferma qui. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Davutoglu ha anche annunciato che saranno rivisti gli accordi di cooperazione militare tra Israele e Turchia (ottimi partner nel settore della difesa, con reciproco vantaggio), nonché l’avvio di un’azione legale contro il blocco a Gaza presso le corti internazionali. Alle famiglie delle vittime, invece, sarà il governo turco a fornire un non meglio specificato aiuto.

Le sanzioni turche, però, sono ancora congelate. Il rapporto Palmer viene pubblicato ufficialmente oggi, e Davutoglu ha detto che questa è l’ultima occasione per Israele per fare le proprie scuse ufficiali. In mancanza di queste, scatterà il «Piano B» preparato dalla diplomazia turca, che potrebbe arrivare fino a bloccare l’interscambio commerciale tra i due paesi, che assomma a miliardi di dollari ogni anno.

La vicenda della Freedom Flotilla 2010 aveva fatto precipitare le una volta ottime relazioni israelo-turche al minimo storico. Solo negli ultimi mesi, per l’impatto delle rivolte arabe e soprattutto della situazione in Siria, i due paesi avevano iniziato un timido riavvicinamento, partito proprio dalla cooperazione nel settore militare. Il rapporto Palmer rischia adesso di gelare di nuovo le relazioni bilaterali, in un momento particolarmente delicato per Israele. Stretto dalle proteste sociali – domani a Tel Aviv è prevista una grande manifestazione contro il caro-vita – il governo di Benyamin Netanyahu si prepara anche ad affrontare, tra fine settembre e metà ottobre, il voto all’Onu sulla richiesta di riconoscimento dello stato palestinese. Una Turchia arrabbiata e pronta a fare campagna per l’Anp non è esattamente quello che ci voleva. Tanto che il governo israeliano aveva chiesto di rinviare di altri sei mesi la pubblicazione del rapporto Palmer. Nonostante le conclusioni diano almeno parzialmente ragione alle tesi israeliane, infatti, in questo clima internazionale anche un rapporto equilibrato rischia di diventare un boomerang.

di Joseph Zarlingo