C’è chi snobba, chi addirittura esulta per il bluff del Governo e chi proprio tace. Così il Partito democratico in ordine sparso sulla proposta di dare vita a un’unica Provincia romagnola accorpando Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. Di fronte al solo slancio concreto sul tema del riassetto degli enti territoriali in questi tempi di vacche magre e di manovre tris, quello del sindaco di Forlì Roberto Balzani (che oltre alla Provincia unica pensa all’accorpamento dei micro-Comuni), la classe politica del governo locale non riesce a parlare con una voce sola. O meglio, non riesce a parlare proprio.
Basti pensare all’assordante silenzio che il segretario regionale del Pd, Stefano Bonaccini, ha riservato alla questione. Nonostante il tema tenga banco ormai da qualche mese, Bonaccini – confidano quelli che lo conoscono bene – ha deliberatamente scelto di non occuparsene per timore di creare nuove frizioni interne. In realtà, si potrebbe dire che il segretario regionale non ha fatto altro che seguire l’esempio del suo partito in occasione, in Parlamento, dell’ormai celebre odg presentato in materia ad inizio luglio dall’Italia dei Valori: astenersi. E poi, come spiegare a tutti quei dipendenti pubblici che in questi decenni negli enti di sinistra hanno trovato un lavoro sicuro che la festa è finita? No, non si può. E sì che, a giudicare dagli ultimi eventi e dalle notizie in arrivo da Roma, la faccenda resterebbe più che mai d’attualità.
Fatto sta che Balzani, dato che dalle federazioni Democratiche nessuno risponde, per procedere sulla sua strada ha dovuto annunciare “un movimento dal basso”. Tradotto, rivolgersi direttamente ai cittadini attraverso le loro associazioni.

Basterà? Chissà. “La Provincia unica? Io vado avanti”, ha ribadito il sindaco forlivese anche oggi in occasione degli stati generali degli amministratori emiliano-romagnoli, a Bologna, convocati dal governatore Vasco Errani per criticare la manovra. Del resto, a fare senza i partiti il sindaco-professore che alla fine del 2008 vinse clamorosamente le primarie per la corsa in municipio ci è abituato.

“La mia proposta- ha sbottato – di procedere subito, dal basso, a una fusione amministrativa significativa in Romagna (fra Comuni e fra Province: del genere Forlì con altri comuni, o provincia di Forlì con Ravenna e Rimini) ha suscitato, nel ceto politico, giudizi tendenzialmente univoci, nel senso che, fatti salve alcune voci fuori dal coro, il ritornello prevalente è stato: non se ne parla’. Oppure: non è adesso il momento. Ma se non ora, quando?”. Posto che “il Paese è chiaramente sull’orlo di una paurosa crisi finanziaria” e che “i tagli agli enti locali proseguiranno perché sono i più facili da realizzare per chiunque detenga la guida del Governo”, il sogno di Balzani non appare fantascienza: “Ora, poiché personalmente non intendo finire a coda di topo e me ne infischio dei posti, delle poltrone e delle poltroncine che salteranno, compresa la mia (quelli che in genere interessano ai partiti, per intenderci), l’idea è molto semplice. Ovvero, ricostruire dal basso, semplificandola, la rete amministrativa”.
Ebbene, nello stesso partito di Balzani c’è persino chi festeggia dopo che il Governo ha deciso di provvedere al riassetto degli enti locali solo per via di un decreto costituzionale (dunque, in tempi biblici). E’ il caso di Massimo Bulbi, presidente della stessa Provincia di Forlì-Cesena. “A livello locale – ha detto Bulbi – muore in culla il dibattito sull’utilità della Provincia di Romagna; chissà se, volendo essere ugualmente un laboratorio politico, si vorrà aprirne un altro sull’utilità della Regione Romagna… Insomma, adesso, anche fra amministratori, potremo tornare a parlare veramente, come io chiedo da tempo, dei nostri veri problemi”.

L’ex Margherita, da sempre uomo di Enrico Letta in Romagna, sostiene addirittura che il Governo, ricorrendo alla via costituzionale, avrebbe fatto “un po’ di chiarezza”. In questo modo, è la tesi di Bulbi che ne ha per tutti, “i nostri parlamentari potranno veramente ragionare di come riorganizzare la pubblica amministrazione nell’ottica dell’efficienza e dell’economicità e allo stesso tempo potranno discutere dei veri costi della politica (i loro stipendi, i benefit, i viaggi all’estero, le pensioni d’oro) rimasti assolutamente intatti, mentre i nostri consiglieri regionali adesso più tempo per interessarsi dei problemi veri del territorio”.

Per non parlare degli effetti “a livello partitico”, ha rincarato la dose il presidente di Forlì-Cesena: prima per la stessa Italia dei Valori, che “potrà smettere di allestire banchetti in piazza per raccolte firme”, e “per l’Udc e il suo leader Casini, che rivendicherà senz’altro di essersi battuto per questo risultato e di essere uno dei vincitori…”.

Ma anche per il Pd, che “porrà fine al ‘florilegio’ di proposte, di distinguo e di conti sbagliati che abbiamo dovuto ascoltare dai suoi esponenti”, è stato l’ultimo affondo del presidente. Insomma, Balzani se ne faccia una ragione, taglia corto Bulbi che, incassata la ‘abolizione’ costituzionale da Roma, non a caso ha detto di voler  tornare a lavorare davvero “sui nostri veri problemi: lo ha già fatto a metà agosto Paolo Lucchi, sindaco di Cesena”. In breve: Balzani faccia come Lucchi piuttosto che fantasticare.
Chi pensava che almeno il segretario del Pd forlivese, il giovane Marco Di Maio, avrebbe battuto un colpo è rimasto deluso. Di Maio, che ad entrare in Parlamento prima o poi ci pensa eccome, ha ridimensionato così il suo sindaco: “Quello della Provincia unica romagnola resta una suggestione che affascina, ma che in questo momento slitterà di fronte alle ripercussioni della manovra. La quale, fra l’altro, proprio nella sua ultima versione contiene l’abolizione di tutte le Province solo per via costituzionale. In ogni caso, non decide solo Forlì”. Anche se il presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, a differenza di Bulbi e del collega riminese Stefano Vitali, sui giornali di agosto ha aperto all’idea di Balzani, il segretario fa spallucce: “Oggi come oggi la gente pensa ad arrivare a fine mese, le imprese pensano al portafoglio ordini”. E vabbè.
In casa Pd, però, non ci sia annoia mai. A redarguire Bulbi e compagnia ha pensato allora il parlamentare Sandro Gozi, fan della Provincia unica (ma anche dell’abolizione del Senato e di tutti gli enti minori inutili) da 15 anni a questa parte, quando lavorava a Bologna come ricercatore universitario: “Bulbi? Bulbi dovrebbe rivolgere le sue sorprendenti critiche al segretario Pier Luigi Bersani. Mi sorprende che si valuti positivamente un tentativo di bluff come quello nell’ultima versione della manovra del Governo sulle Province. Abolirle per legge costituzionale significa non abolirle. Quella di Bulbi non è la posizione del Pd, e non è nemmeno – è il veleno di Gozi- quella del vice segretario del partito Enrico Letta”.
Dalla riviera, infine, poche novità. Rimini, autonoma da Forlì da nemmeno vent’anni, sta surclassando i cugini su tutti i fronti, dalle Fiere agli aeroporti, e non si sogna nemmeno di tornare indietro. Vitali considera l’orientamento della manovra “un passo avanti rispetto al taglio orizzontale delle Province sotto i 300 mila abitanti che utilizzava un criterio meramente numerico senza considerare il ruolo e le peculiarità delle amministrazioni provinciali nei territori”, ma “sarebbe un clamoroso passo indietro e un errore non privo di conseguenze se la ratio del provvedimento fosse semplicemente quella del risparmio (peraltro limitatissimo) dei costi della politica, e non di un radicale e profondo riordino complessivo dell’impianto istituzionale italiano”.

Per abolire costituzionalmente le Province, ricorda comunque il presidente riminese, “non ce la si cava tirando semplicemente una riga sull’articolo 114 del titolo V: bisogna intervenire su almeno altri sei articoli correlati, altrettanto importanti e consistenti”. Piuttosto, anche oggi parlando all’assemblea bolognese con Errani, un Vitali più che mai pop e vicino alla sua gente prende di mira viale Aldo Moro: “Se guardiamo solo alla nostra Regione, e con la consapevolezza di parlare di un’area di eccellenza e non di retroguardia, ognuno di noi – ha detto il presidente rivierasco – potrebbe citare esempi di farraginosità, di duplicazione di livelli di responsabilità e di funzioni, di necessità di semplificare e ridurre i centri decisionali in un contesto in cui all’articolazione delle istituzioni elette si aggiungono Autorità e soggetti di programmazione e controllo che a vario titolo influiscono sul processo decisionale”.