Esiste un motivo, nel 2011, per ricominciare a parlare degli Smiths? Qualcuno di mia stretta conoscenza potrebbe rispondere che c’è sempre una ragione per parlare di Morrissey e soci, ancor di più adesso, visto che uscirà sul finire di settembre la ristampa dell’intero catalogo della band, nell’attesa (vana) di rivederli nuovamente sul palco.

Non che se ne avverta la mancanza, il testamento lasciato dopo la loro dipartita è ricco e variegato: quattro dischi ufficiali più un live, una serie infinita di singoli e un paio di compilation di b-side che gridano, senza mezzi termini, al capolavoro. Quindi “c’è da campare per tutti” sia per i vecchi fans ostinati nel tenere dritto il ciuffo e la montatura degli occhiali in osso, sia per quei giovani neofiti che quel ciuffo invece dovranno cominciare a tirarselo su, magari per metter mano al portafogli e comprare il Boxset della Rhino Records in uscita in sole 3.000 copie verso la metà di ottobre.

Avviso ai naviganti: “questa mia” non è uno spot a scopo di lucro, bensì un manifesto da esporre liberamente. Ritengo i dischi dei quattro di Manchester assolutamente necessari nella discografia di chi, come me, di musica si nutre. Quindi – arrivati sul ciglio – “saltiamo il fosso a piedi pari” e concentriamoci sulla poetica derivativa degli Smiths, dovuta alla scelta di un nome volutamente ordinario, da contrapporre all’estetica raffinata dei testi di Morrissey e agli arpeggi vellutati di Johnny Marr. In altre parole: dimenticate gli artifici dell’apparenza, lasciate da parte i toni iridescenti della new wave, la bellezza – molto spesso – risiede tra le pieghe sinuose della normalità.

Tutto qui? Nemmeno per sogno! Anche perché non è tutto oro quello che luccica; a fare la differenza sono i caratteri dei protagonisti, per nulla ordinari: Morrissey, dispotico e inflessibile, Marr aperto e insofferente, soprattutto ai diktat del più celebre compagno. Ne restano due, Andy RourkeMike Joyce, rispettivamente al basso e alla batteria, schiacciati dalle personalità dei più celebri colleghi: due giganti al confronto, ma che il tempo troverà modo di regolare; nel 1996 “Pollicino Joyce” porterà in tribunale “Le Due M”, per una questione di diritti d’autore. L’alterco verrà vinto dal batterista che si vedrà recapitare al proprio indirizzo oltre ai guadagni mancati fino a quel momento, anche le nuove percentuali sui diritti d’autore. Più tardi “Moz” (una sorta di nickname del cantante) definì la causa “un terribile errore giudiziario”, dichiarando che “augurava il peggio del peggio del peggio a Joyce per il resto dei suoi giorni”.

In Sorrow Will Come in the End, canzone uscita nel disco solista del 1997 (Maladjusted), Morrissey ritorna a parlare della vicenda affermando: ”Avete mentito e siete stati creduti da un Giudice di Pace vecchio e vile – e continuando – non chiudete gli occhi, un tagliagole ha tempo libero in quantità e io vi prenderò”.

Capito l’andazzo? Niente paura però, ancor prima di tutto questo restano i ricordi dei dischi ufficiali che non lasciano scampo: canzoni memorabili le cui visioni sono vere e proprie rivelazioni ma, se questo è vero, allora il profeta cui attribuire le sibille è inequivocabilmente Morrissey. In The Boy With the Thorn in His Side dice: “Il ragazzo con la spina nel fianco 
dietro al rancore nasconde 
un atroce desiderio d’amore”. Nei suoi testi, le allusioni ad una adolescenza inquieta ritornano sovente; “Come possono vedere l’amore nei nostri occhi 
e non crederci ancora? – continua il cantante –
 dopo tutto questo tempo, se non ci credono ora
 ci crederanno mai?”. Liriche che illuminano a giorno il vuoto pneumatico delle “vite degli altri”, ovvero di quella generazione che, nelle parole del rocker, ha trovato le risposte ai propri tormenti.

Nel 1987, la fine del sogno. Il risveglio coincide con lo scioglimento del gruppo; le insanabili questioni tra Morrissey e Marr – lasciate troppo a lungo nel limbo – si materializzano come d’incanto; inutile sperare in un lieto fine – neanche a dirlo –  volutamente ordinario, da contrapporre al fascino decadente di uno stile unico e assoluto. In altre parole: dimenticate gli eccessi, lasciate da parte la trivialità di certa musica, ma soprattutto aprite il vostro cuore alla semplicità della vera bellezza, quella che risiede tra le pieghe sinuose della normalità.

9 canzoni 9… per celebrare la storia degli Smiths

Lato A

There Is a Light That Never Goes Out (The Queen Is Dead – Giugno 1986)

What Difference Does It Make? (The Smiths – Febbraio 1984)

Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before (Strangeways Here We Come – Settembre 1987)

That Joke Isn’t Funny Anymore (Meat Is Murder – Febbraio 1985)

Lato B

How Soon Is Now (Hatful Of Hollow – Novembre 1984)

You Just Haven’t Earned It Jet Baby (The World Won’t Listen – Febbraio 1987)

Bigmouth Strikes Again (The Queen Is Dead – Giugno 1985)

Shoplifters of the World Unite (Louder than Bombs – Marzo 1987)

Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me (Strangeways Here We Come –  Settembre 1987)