Gli hanno detto di tutto. Che non poteva gareggiare al fianco dei campioni perché le sue protesi garantivano risultati che le gambe dei cosidetti “normodotati” non avrebbero mai potuto raggiungere. Che la sua presenza nelle gare ufficiali avrebbe creato un precedente difficile da gestire per i vertici della Federazione internazionale dell’atletica. Perché le regole vanno rispettate fino in fondo, costi quel che costi. Gli hanno detto pure che era un truffatore, perché in occasione dei Mondiali in corso di svolgimento a Daegu, in Corea del Sud, si sarebbe fatto costruire delle protesi più potenti di quelle che aveva usato fino ad allora, ipotesi poi rivelatasi del tutto falsa. Lui, Oscar Pistorius, aveva soltanto voglia di correre. E ai Mondiali l’atleta sudafricano ha finalmente coronato il sogno di una vita: sentirsi uno come tanti, anche se, nonostante gli sforzi non è riuscito per un soffio a qualificarsi per la finale dei 400 metri maschili chiudendo in 46’19”.

Per chi non conoscesse la sua storia, due parole sul suo passato. Pistorius è nato 25 anni fa a Pretoria, in Sud Africa, terra di conflitti e di contraddizioni. Ha iniziato a combattere da quando è venuto alla luce. I medici capirono subito che Oscar si sarebbe dovuto confrontare con problemi grandi come una casa. Poco prima di compiere il primo anno, finì infatti sotto i ferri perché le sue gambe dovevano essere amputate: non c’era alcun modo di guarire la malformazione dei piedi. Da allora, è stata una lotta quotidiana per la sopravvivenza che ha impegnato quasi ogni minuto dell’esistenza di Pistorius. Che non si è mai dato per vinto, perché fermarsi avrebbe significato per lui, cresciuto con l’istinto della sfida e della competizione sportiva, morire poco alla volta.

Tante prove, tanti esperimenti. Poi, la scelta, l’atletica, la corsa, da fare al meglio, anzi, di più. Oscar diventa una stella dello sport per disabili. Vince tutto quello che poteva vincere nelle corse che lo mettono a confronto con atleti che hanno problemi simili ai suoi. Ma non basta. Passano gli anni, cambiano le prospettive e l’asticella del sogno si sposta un po’ più in alto. Fino al desiderio di gareggiare nelle competizioni aperte ai normodotati. Praticamente impossibile. Glielo fa capire la Federazione internazionale di atletica (IAAF), che gli impedisce di prendere parte alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Ma lui non ci sta. E gli danno ragione al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) che ha il potere di pronunciare l’ultima parola.

Arriviamo ai giorni scorsi. Pistorius si qualifica per i Mondiali sudcoreani. Riparte il sogno. Che viene condiviso da tantissimi appassionati in giro per il mondo. Daegu accoglie a braccia parte Usain Bolt e Oscar Pistorius. Il primo garantisce un talento da copertina e una decina di secondi da brivido. L’altro, un applauso a scena aperta che non ha rimandi nella storia dello sport su pista. Per entrambi, si mobilitano le televisioni di tutto il mondo e arriva la pubblicità che fa felici gli organizzatori e la IAAF. Che ribadisce di non essere d’accordo con la decisione del Tas, ma poi raccoglie senza battere ciglio i frutti di un’esposizione mediatica incredibile.

Pistorius passa le qualificazioni, ma poi si ferma a un passo dalla finale. “Devo ancora migliorarmi”, dirà al termine della gara. “Sono stati anni di duro lavoro per me ed il mio staff. E’ stata un’esperienza incredibile, che mi ha fatto capire che posso crescere ancora. Spero sia uno stimolo per gli altri disabili”. Giovedì ci proverà con la staffetta 4×400. Ma il traguardo è già stato raggiunto. E prima di tutti gli altri. Pistorius non è un santo, tutt’altro. Le cronache riportano di un’aggressione nel settembre 2009 ai danni di una ragazza per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo. E’ soltanto uno dei tanti, un po’ spaccone, un po’ vittima di se stesso e del mondo che viviamo. Uno di noi.