Ben Bernanke presidente della Banca centrale americana

Mentre si fanno sempre più giustificati i timori di un pericoloso avvicinamento dello spettro della recessione in Europa – a maggior ragione dopo i dati sui consumi in Gran Bretagna e la revisione al ribasso delle prospettive di crescita dell’economia spagnola (leggi l’articolo di Valentina Neri) – puntuale, come previsto, giunge la notizia del rifiuto di Ben Bernanke a un nuovo intervento della Banca centrale americana (Fed) a sostegno dell’economia a stelle e strisce. Niente maxi Quantitative Easing numero 3, vale a dire nessun mega acquisto (si parlava di 700 miliardi di dollari) di titoli del Tesoro Usa da parte della Fed. Una mossa che avrebbe dovuto accontentare gli investitori irrorando nuovamente il mercato di liquidità ma che, come si era intuito nei giorni scorsi, è stata per il momento esclusa. Anche se forse è tutto solo rimandato.

Bernanke e recessione, dunque, al centro dell’interesse odierno degli operatori in una giornata che ha visto le piazze europee protagoniste di sedute negative sebbene non catastrofiche, grazie anche ai recuperi in extremis dell’ultima mezz’ora.

Spetta a Madrid la maglia nera d’Europa con un -1,37% a chiusura di giornata che permette alla piazza spagnola di precedere nella classifica delle perdite Parigi (-1,01%), Milano (-0,97%) e Francoforte (-0,84). Alle 17.30 Londra segnava invece una controtendenza guadagnando una manciata di punti base mentre Wall Street sembrava reagire piuttosto bene con il Nasdaq che, a quell’ora, registrava un convincente +1,77%. Il trend altalenante che ha permesso il recupero parziale sul finire delle contrattazioni ha caratterizzato ovviamente anche Piazza Affari. Nella giornata di oggi lo spread Btp/Bund aveva toccato nuovamente la soglia psicologica dei 300 punti base, il livello più alto dall’annuncio del soccorso della Bance centrale europea (Bce) dopo il nulla osta all’acquisto di titoli italiani. Il differenziale di rendimento è successivamente sceso attorno a quota 292, un livello tutto sommato in linea con la sostanziale stabilità degli ultimi giorni.

Sul fronte azionario, notizie negative per le banche che guidano la graduatoria dei peggiori rendimenti di giornata: Ubi Banca chiude a -4.22%, facendo peggio di Popolare Milano (-3,88) e Monte dei Paschi (-3,13). Male anche Parmalat che cede il 3,23% e Fiat che perde il 2,43%. Da segnalare il quasi primato della casa torinese nella classifica degli scambi di giornata: sono ben 19.666 i contratti totali siglati oggi sul titolo, un livello molto vicino a quello raggiunto da Unicredit (20.482) da tempo leader degli scambi ma non più, come accadeva in precedenza, vincitore “per distacco” in questa particolare partita che segnala ogni volta le particolari attenzioni di giornata degli investitori.

A sostenere la limitazione dei danni che ha caratterizzato le borse, ci ha pensato forse il possibilismo mostrato dal numero uno della banca centrale Usa Ben Bernanke che, pur assumendo un atteggiamento attendista, non ha comunque escluso possibili interventi futuri rinviando eventuali nuove decisioni a fine settembre. Il senso del suo discorso, pronunciato oggi al termine del vertice con gli altri banchieri nazionali a Jackson Hole, nel Wyoming, era già stato ampiamente anticipato dalle indiscrezioni degli ultimi giorni. Era stato il Washington Post ad anticipare la scelta del direttore della Fed di non dare il via a un nuovo Quantitative Easing con il rischio di trascinare le politiche monetarie in un vortice di inefficacia. Significativo, in questo senso, il suo rimando alle responsabilità del Congresso, chiamato a implementare “quelle politiche di sostegno alla crescita che esulano dai compiti della Fed”.

Il numero uno della Fed, come detto, non ha escluso interventi futuri e, soprattutto, ha voluto esprimere ottimismo circa i fondamentali dell’economia Usa che, a suo dire, “non sembrano essere stati alterati in modo permanente dagli choc finanziari degli ultimi quattro anni”. Una visione ottimistica che, tuttavia, lascia sul terreno qualche perplessità. Un po’ perché le prospettive di crescita dell’economia sono state ridimensionate dagli ultimi dati (nell’ultimo anno il Pil Usa è cresciuto dell’1% contro una previsione iniziale dell’1,3), un po’ perché nonostante le sue aperture su settembre, Bernanke continua dare l’impressione di sperare vivamente di poter scongiurare qualsiasi intervento di politica monetaria. Emblematica, in questo senso, come ha scritto il New York Times, la sua scelta di non specificare nessuna possibile misura di intervento al contrario di quanto fatto in passato.

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