L’edizione dell’Equipe andata in edicola ieri riportava un’ampia intervista con Oscar Pistorius, realizzata in vista della sua partecipazione ai prossimi mondiali d’atletica a Daegu. Un documento bellissimo, denso di umanità, con numerosi passaggi degni di menzione.

Il più sentito fra essi è quello in cui l’atleta sudafricano dice: “La cosa che non ho mai amato è la pietà”. E gli si può credere. Il trauma dell’amputazione vissuto in un’età nella quale era già consapevole ha alimentato in lui una voglia di vivere cui dar corso nella forma della sfida per la riconquista di un senso di normalità. Una sfida da condurre sui campi di gara, e in una disciplina che come tutte quelle dell’atletica leggera si basa sulla massimizzazione della performance fisica.

Mi sono trovato a scrivere più volte del caso-Pistorius e dei laceranti dilemmi (etici, prima che sportivi) da esso generati. E mi sono sempre schierato dalla parte del suo diritto di gareggiare contro i normodotati (termine orrendo). Non soltanto per ragioni di umana solidarietà, ma soprattutto sulla base di una considerazione sociologica relativa a quella che dovrebbe essere la missione dello sport per disabili. Se esso deve avere come funzione principale la riduzione d’una condizione (fisica e psicologica) di svantaggio avvertita dal portatore di handicap nei confronti delle persone normodotate, allora i risultati ottenuti da Pistorius ci direbbero che questa funzione è stata assolta nel modo più efficace possibile: quale risultato più elevato, in questo senso, di un disabile che batte la gran parte dei colleghi normodotati?

Invece scopriamo che quel grado di performance viene giudicato spurio a causa del ricorso alle protesi (inevitabile, per consentire a un portatore di handicap la partecipazione alle gare). E dunque, ecco il paradosso: vogliamo che i portatori di handicap annullino lo svantaggio attraverso lo sport, ma non che lo colmino del tutto fino a minacciare di superare i normodotati. Ha un senso tutto questo?

Aggiungo che molte delle argomentazioni portate da chi sostiene la posizione opposta, riguardante l’addiction tecnologica determinata dall’uso di protesi nell’espressione della performance, sono anch’esse sensate. E che dunque ci troviamo al centro di una questione difficile da dirimere, e per la quale si richiederebbe umiltà nel confronto anziché arroccamento sulle rispettive posizioni. Le parole di Pistorius sono un innanzitutto questo: un invito a deporre le armi ideologiche e a discutere in cerca d’una soluzione.

Detto questo, a Daegu farò il tifo per lui.