I vescovi della “Chiesa che è in Italia” (così amano chiamarla piuttosto che “Chiesa italiana”), sono soliti prendere parola – legittimamente perché parte importante della comunità che è in Italia – tutte le volte che il Paese è chiamato ad affrontare emergenze di qualsiasi genere per rinnovare la volontà di partecipare alle gioie e ai dolori del popolo, e per collaborare con la classe dirigente di qualsiasi colore politico alla soluzione dei problemi del Paese.

Sono soliti prendere parola, i vescovi, tutte le volte che giudicano contrari alla dottrina della Chiesa cattolica le leggi dello Stato, le attività legislative del Parlamento, i referendum popolari e i provvedimenti governativi.

Non amano essere accusati di ingerenza perché proclamare e difendere la dottrina, la morale, le leggi e gli stessi interessi della Chiesa, fa parte della missione ad essa riconosciuta dal concordato stipulato tra Mussolini e la Santa Sede nel 1929. Non sempre esponenti significativi della politica, della cultura, della società civile e della stessa base del mondo cattolico hanno condiviso l’interpretazione e l’attuazione pratica di questa missione. Ma tutte le volte la gerarchia ha rivendicato ad alta voce il riconoscimento dei suoi interessi (spirituali e materiali), arrivando anche a definire “intimidazioni” le voci dissenzienti dalla sua interpretazione e applicazione.

Nei cinquant’anni di governi democristiani erano proprio gli esponenti politici democristiani (non tutti e non sempre) che controllavano i confini della missione, e tenevano a bada, spesso riuscendovi, i tentativi della gerarchia di accampare sempre più interessi non per il popolo ma per se stessa, e sempre più diritti di ingerenza nell’evoluzione democratica del Paese: divorzio, aborto, fecondazione assistita, testamento biologico, riconoscimento delle coppie di fatto e dei diritti dei gay, ecc.

Dopo la fine dell’era democristiana e con l’avvento al governo del primo presidente socialista e, di seguito, dei governi Berlusconi e di centrosinistra (Prodi e D’Alema) i privilegi concessi alla Chiesa non si contano più. Dalla convalida craxiana del concordato fascista, all’istituzione dell’“ottopermille” e alle norme truffaldine inventate da Giulio Tremonti, collaboratore di Craxi in quella fase, per accrescere i già estesi benefici, palesi e occulti a favore della Chiesa in Italia. Non meno generosi i governi di centrosinistra che hanno concesso alla Chiesa italiana e al Vaticano smisurate e ingiuste concessioni ed esenzioni, insieme all’allargamento dei privilegi economici e finanziari precedentemente elargiti.

Insomma, il “Tevere più largo” che uno stato laico e democratico avrebbe dovuto perseguire, è diventato il “Tevere stretto” degli strettissimi rapporti e intrallazzi tra cardinali di Santa Romana Chiesa e la peggiore specie di faccendieri e mafiosi, membri potenti della squadra berlusconiana.

E in questo momento grave che il Paese sta vivendo, il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti, responsabile quasi unico della catastrofe economica, con il sostegno di una pletora di parlamentari proni agli ordini del capo, mentre impone sacrifici inauditi ai cittadini, nulla chiede alla Chiesa, né osa proporre tagli, anche parziali, agli enormi esborsi dello Stato a suo favore. Né la gerarchia ha pronunciato parole di condivisione e offerto spontaneamente, come avrebbe potuto, alcuna forma di solidarietà. Eppure sono talmente tanti i “beni” del Paese di cui la Chiesa gode, che basterebbero poche rinunce per partecipare ai sacrifici di tutto il Paese.

A cominciare dalla rinuncia ad una parte del miliardo e passa dell’“ottopermille”, per continuare con i milioni e milioni che la Cei spende in costosissima pubblicità ingannevole per la promozione dell’“ottopermille”. Ingannevole perché quella pubblicità, usando immagini di povertà, fa credere che le donazioni siano destinate prevalentemente alle esibite situazioni di povertà, quando, in verità, solo una piccola percentuale viene ad esse destinata contro la maggiore percentuale destinata agli stipendi dei vescovi e dei ministri del culto. Molti dei quali già godono degli stipendi che lo Stato eroga agli insegnanti di religione nella scuola pubblica (ma tale insegnamento avrebbe nella parrocchia il suo luogo naturale), ai cappellani degli ospedali, e ai cappellani militari (ma l’assistenza religiosa ai malati e ai militari sarebbe compito naturale delle parrocchie nel cui territorio si trovano le caserme e gli ospedali).

Ma il trattamento economico più lauto dello Stato è riservato al cosiddetto Ordinario Militare. E’ l’arcivescovo capo dei cappellani militari, che indossa i gradi, percepisce lo stipendio e matura la pensione di generale di corpo d’armata. Con il trucco di anticipare il più possibile il susseguirsi dei pensionamenti, agevolado così il moltiplicarsi dei posti, dei lauti stipendi e delle laute pensioni solo dopo pochissimi anni di servizio.

Beneficiario di questo trattamento è il cardinale Angelo Bagnasco, attuale presidente della Cei e arcivescovo di Genova (come lui i suoi predecessori e successori Ordinari militari, che da generali di corpo d’armata in pensione passano a dirigere importanti diocesi italiane o dicasteri vaticani). Qualcuno ha chiesto al cardinal presidente e ai suoi colleghi vescovi e cardinali di rinunciare a parte dei loro emolumenti come contributo volontario da unire ai sacrifici imposti agli italiani? Sarebbe un gesto non risolutivo della crisi ma certamente una prova simbolica della loro effettiva e affettiva partecipazione ai problemi del Paese e della sua gente.

Del resto non si può dire che l’organizzazione della vita ecclesiastica in Italia debba piangere miseria. Oltre che fruire degli innumerevoli benefici economici, la Chiesa italiana può contare anche sui cosiddetti “diritti di stola”. Sono tutti i servizi che la Chiesa offre a pagamento o con la formula ipocrita dell’ “offerta libera”:  battesimi, cresime, prime comunioni, matrimoni, funerali, Sante Messe e oboli vari e diffusi. Tutto esentasse in ragione della sacralità dei servizi. Sarebbe altrettanto sacro condividere le pene quando già si fruisce di una gran parte di beni.