La toponomastica è un antico vezzo della politica. Vie, piazze, larghi, vicoli, giardini, parchi, parcheggi e persino panchine spesso sono pretesti per targhe inossidabili alla memoria di personaggi controversi e discutibili, che forse sarebbe meglio lasciare all’oblio della Storia. Talvolta, invece, l’intitolazione è giusta e doverosa, ma poi la casta dei palazzi ci ripensa e precipita nel grottesco. Un caso del genere è accaduto a Parma, dove la destra del sindaco Pietro Vignali è inseguita da inchieste per tangenti: qui sinistra e Popolo viola hanno protestato perché un parco cittadino non si chiamerà più “Falcone e Borsellino” ma “Sandra Mondaini e Raimondo Vianello”.

In questi anni però la casistica più ampia di targhe e busti sulla pubblica strada riguarda gli avi vicini e lontani della casta. Avere il nome della famiglia scolpito su una piazza o su una via è una sorta di canonizzazione laica, un privilegio ambito alla stregua della beatificazione cattolica, come raccontato da Marco Bellocchio nel suo “L’ora di religione”. L’ultimo aggiornamento arriva da un piccolo centro dell’Abruzzo distrutto dal terremoto. Il paese si chiama Aielli e sulla home page del sito ufficiale del comune campeggia questo avviso: “Si comunica che per impegni istituzionali del Dr. Gianni Letta la manifestazione è stata rinviata al mese di settembre”. Ad Aielli, infatti, lo scorso 17 luglio erano previste due “cerimonie”: quella “inaugurale del Monumento e della Piazza intitolata al Prefetto Guido Letta” e quella “per il conferimento della Cittadinanza Onoraria al Dr. Gianni Letta”, il premier ombra del Cavaliere fiero della sua “abruzzesitudine”.

L’annullamento per gli “impegni istituzionali” a Bruxelles di Letta, con conseguente rinvio a dopo l’estate delle due “cerimonie”, nasconderebbe però la volontà di placare le polemiche sulla scelta di dedicare l’attuale piazza Risorgimento al prefetto Guido Letta, zio di Gianni. Il prefetto era nato ad Aielli e nella sua carriera in piena era fascista si guadagnò pure la sinistra onorificenza della Croce al merito dell’Aquila Tedesca. Un convinto mussoliniano con simpatie naziste che aveva sottoscritto le infami leggi razziali del ‘39 e infine aderito alla Repubblica Sociale Italiana.

Ad Aielli si sono indignati in tanti, con in prima fila la sezione locale dell’Anpi. A loro, la giunta di centrodestra ha replicato che i meriti del prefetto in orbace risalgono alla ricostruzione del paese dopo il terremoto del 1915. Un po’ poco per giustificare l’ennesimo caso di revisionismo storico nell’Italia berlusconiana e i ventimila euro di spesa deliberati dal comune per il busto allo zio del Gran Visir di Palazzo Chigi.

Nell’esecutivo di B., il familismo toponomastico ossessiona anche altri ministri. Nel giugno scorso, il “Fatto” ha raccontato l’incredibile sequenza d’intitolazioni a Maglie nel nome di Salvatore Fitto detto Totò, papà di Raffaele. Totò Fitto era presidente democristiano della Regione Puglia quando morì a 47 anni in un incidente stradale. Sinora a Maglie, che è anche il paese natale di Aldo Moro, gli hanno intitolato un campo sportivo, l’aula consiliare, una scuola materna e una via. Per lo statista Moro, invece, solo una piazza. Quattro a uno per Totò Fitto.

Dal ministro per i Rapporti con le Regioni a quello della Difesa, Ignazio La Russa. A Paternò, in provincia di Catania, nel 2005 c’è stato un ballottaggio della memoria tra Nino La Russa, compianto concittadino e padre di Ignazio, e papa Wojtyla per il nome da dare all’antico giardino in pieno centro. L’ha spuntata La Russa, ovviamente. E la targa con nome di Giovanni Paolo II è finita al parcheggio della piscina comunale.

di Fabrizio D’Esposito (ha collaborato Giancarlo Castelli)

da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2011