Un sistema di scatole cinesi costruito per evadere il fisco e continuare a ricevere lo stesso i fondi per la gestione dei rifiuti dall’ufficio del commissario per l’emergenza ambientale in Calabria. E lo Stato ci rimetteva due volte: per la mancata entrata di imposte e la continua erogazione di contributi per il servizio svolto. E’ questo lo spaccato dell’inchiesta della procura di Catanzaro che vede indagate sei persone, tra cui l’assessore regionale all’Ambiente, Francesco Pugliano. E al sequestro, giovedì scorso, di 90 milioni di euro ad imprenditori che operano nel settore dei rifiuti.

Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti è finito il gruppo di Stefano Gavioli, imprenditore veneziano, che gestisce, con le sue società, i rifiuti in molte città italiane. L’inchiesta riguarda la discarica di Alli (Catanzaro), ma il sistema funzionava su scala nazionale ed era molto semplice. La prima impresa, definita madre, si aggiudica l’appalto per la gestione dei rifiuti o di una discarica. Quando matura debiti consistenti con il Fisco, viene messa in liquidazione e contemporaneamente si crea una società figlia, vergine e pulita, che passa all’incasso dei fondi statali. Nel caso oggetto di indagine, il commissariato per l’emergenza ambientale in Calabria ha coperto questo sistema, accordandosi con la nuova società, anche se non autorizzata a realizzare il servizio. Un sistema che consentiva al privato, con la nuova società, di prende i soldi e, con quella in liquidazione, invece, di non pagare le tasse.

L’indagine, ribattezzata ‘Pecunia non olet’ è stata coordinata dalla procura di Catanzaro, pm Carlo Villani, ed eseguita dal comando provinciale della Guardia di Finanza, guidato dal generale Salvatore Tatta, e del comando del Nucleo di polizia tributaria, guidato dal colonnello Fabio Canziani. Le fiamme gialle hanno sequestrato beni per un valore di 90 milioni di euro tra ville, barche, conti correnti ed auto di grossa cilindrata, quasi tutti riconducibili al Gavioli che, attraverso il suo avvocato, rivendica la correttezza del suo operato. Un sequestro necessario perché, come ha spiegato, il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, “Gavioli stava vendendo i propri beni per poi trasferire all’estero l’intero patrimonio”. Il reato contestato è la sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte.

Indagati, oltre a Gavioli e Pugliano (in qualità di ex sub commissario), sono Graziano Melandri, attuale commissario all’emergenza ambientale in Calabria, Domenico Richichi, funzionario del commissariato, Loris Zerbin, stretto collaboratore di Gavioli e Giovanni Faggiano, più volte amministratore e liquidatore delle società del gruppo veneziano.

Gavioli è il patron nell’ordine, prima, di Slia, poi di Enerambiente e, infine, di Enertech. Nel decreto di sequestro, firmato dal gip Abigail Mellace, viene ricostruito quanto accaduto nella gestione della discarica di Alli e il sistema di scatole cinesi. Secondo il gip Slia Spa, nell’aprile 2007, mentre ha uno scoperto nei confronti dell’erario di 25 milioni di euro, viene sostituita da Enerambiente. Nell’agosto 2010 poi, nasce Enertech, con Enerambiente che viene messa in liquidazione, visto i debiti per quasi 4 milioni di euro. Il commissariato, nonostante il contratto di affidamento vietasse la cessione del servizio ad altre imprese, ha in più occasioni pagato la società ‘vergine’. Nel periodo tra marzo e maggio di quest’anno il commissariato ha versato i fondi alla nuova sigla Enertech, nonostante fosse a conoscenza della grave situazione debitoria di Enerambiente.

Dietro questa partita di soldi ruotano anche storie di posti di lavoro e assenza di controlli. Il funzionario Domenico Richichi sapeva che Enertech non aveva i requisiti, sprovvista dell’autorizzazione integrata ambientale, ma ‘piuttosto – si legge nel decreto di sequestro – che avere a cuore i pubblici interessi’ si curava delle sorti del socio privato dove lavorava il fratello, fatto assumere grazie a una raccomandazione fatta allo Zerbin. Non solo. Vi erano disfunzioni anche nella gestione della discarica di Alli, come le criticità nel sistema di smaltimento del percolato prodotto.

Pesano le parole del gip sui funzionari pubblici: “Ad avviso di chi scrive, la condotta dei soggetti pubblici ha apportato un contributo alla consumazione dei reati che qui occupano che non è meramente agevolatore ma che è stato determinante”. I soggetti coinvolti, Melandri e Pugliano, si difendono: “Abbiamo agito sempre nella massima trasparenza e con il continuo conforto e supporto dei pareri degli uffici legali, tecnici e finanziari”. E anche sulla cricca di privati, in primis, Stefano Gavioli, il gip scrive: “Il dinamismo societario degli indagati, lungi dall’essere giustificato da ragioni di natura imprenditoriale e commerciale, ha rappresentato un fraudolento strumento giuridico, avente l’unico fine di evadere con estrema spregiudicatezza e con reiterata sistematicità, l’imposizione tributaria vigente”.

Uno degli indagati, Faggiano è attualmente in carcere perché coinvolto in una indagine della procura di Napoli. Enerambiente è la stessa società al centro dell’inchiesta sul giro di subappalti e mazzette nel capoluogo partenopeo, dalla quale si origina anche l’inchiesta calabrese. Il gruppo Gavioli detiene il 24% di quote in una società per azioni che a Livorno si occupa dello smaltimento di rifiuti provenienti da Napoli ed è socio privato a Teramo della Team Ambiente. Gavioli, proprio ieri, si è dimesso da amministratore delegato della Team ambiente dopo il coinvolgimento nell’inchiesta calabrese.